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Economia e Finanza

DIBATTITO/ Quel falso principio di libertà che vuol far lavorare le donne fuori casa

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Che sia proprio questo il significato della libertà cui le donne aspirano, è quanto meno discutibile. Cosa vogliono le donne? Come ha ben argomentato su queste pagine Giuseppe Porro, questa dovrebbe essere la domanda da cui partire. Ma la semplificazione dei termini che ha percorso tutto il dibattito culminato nell’intervista a Ichino non giova a capirlo. Contrapporre lavoro e famiglia, carriera e figli, azienda e casa come due mondi separati non può che trasformare in un’impresa titanica la conciliazione tra di essi: e fa gridare al miracolo in presenza di soluzioni che, come gli asili nido, offrono come via d’uscita la delega di uno dei due termini - la famiglia - sacrificato sull’altare dell’altro - il lavoro.

 

In un rapporto pubblicato lo scorso anno dal Centre for Policy Studies, e emblematicamente intitolato What women want, la ricercatrice britannica Cristina Odone ha mostrato attraverso dati eloquenti quanto le reali intenzioni delle donne siano lontane da quelle loro attribuite. Solo il 12 per cento tra le madri intervistate desiderava un lavoro a tempo pieno, mentre il 31 per cento aspirava a non lavorare affatto. Allargando lo sguardo a tutte le donne, in assenza di vincoli economici, solo una su cinque avrebbe continuato a lavorare a tempo pieno, mentre solo il 6 per cento delle lavoratrici part-time sarebbe stata disposta a prolungare il suo orario di lavoro. Non solo le madri, dunque, ma le donne in genere hanno priorità diverse da quelle considerate per loro fondamentali nell’opinione pubblica. Si potrebbe obiettare che, essendo Odone cattolica, la sua posizione sia condizionata dalle vedute religiose. Ma non si spiegherebbe allora come mai la stessa situazione emerga dalle indagini rese pubbliche nel 2008 in un report del think-tank britannico di ispirazione liberale “Policy Exchange”. Non si spiegherebbe come mai la Odone sia citata di recente dalla ex-notista politica dell’Observer, Gaby Hinsliff - non certo di simpatie confessionali -, per spiegare la sua scelta di dimettersi e stare più vicina a suo figlio. Non si spiegherebbe per quale motivo la situazione descritta da Odone somigli da vicino al ritratto restituito da svariate indagini sulle madri lavoratrici italiane, condotte nello scorso decennio dalle Consigliere di parità locali e nazionali. Anche senza generalizzare i dati riportati da Odone, e tenendo conto dell’ambiguità intrinseca in tutte le ricerche che vertono sul tema, si può almeno cominciare a dubitare di chi attribuisce alle donne intenzioni uniformemente orientate verso un obiettivo dettato piuttosto da istanze estrinseche.

 

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COMMENTI
04/04/2010 - il coraggio di aprire la bocca (Antonio Servadio)

Bravissima l'articolista per il coraggio di esporsi a riferire opinioni e fatti "veri" di vita vissuta, andando controcorrente dentro a temi che non si sono mai emancipati da quello stantio dogmatismo ideologico di stampo chiaramente sovietico tuttora vitalissimo sotto mentite spoglie. Abbattuto ormai da molti anni il muro di Berlino, già in demolizione vari altri muri, scomparsi i partiti dell'ultra sinistra, resiste la tenace e bieca ideologia della sterilità come fondamentale scelta politica e sociale. Penalizzare la diversità e quindi la famiglia non è tutela della libertà. Il nucleo è in quelle frasi "...scelta femminile ... considerarla ... in contrapposizione con quella maschile ... realtà ... familiare, che non è mai solo la somma delle parti che la compongono". L'ideologia sovietica vuole renderci omo-logati, piatti, cioè Uome & Donni, tutti Omi quindi a-sessuati. Fino a che chiameremo "diversi" coloro che prima erano gli "uguali". Omologazione è riduzione della bio-diversità familiare, è impoverimento dell'ecosistema sociale. Siamo frullati in un minestrone dove si perdono di vista i confini tra identità, complementarietà e parità.