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DIBATTITO/ Quel falso principio di libertà che vuol far lavorare le donne fuori casa

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Ma considerare la carriera come obiettivo secondario, e tutto sommato rinunciabile, non significa abdicare alla realizzazione professionale, e d’altro canto aspirare a quest’ultima non vuol dire rinnegare le proprie responsabilità familiari, magari affidandole a quei servizi di mercato di cui Ichino auspica la crescita. Le donne non vogliono “il lavoro”, né “la famiglia”: se proprio bisogna metterla così, li vogliono entrambi (come spiegano bene le autrici di un libro intitolato “Il doppio sì”, pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano) ciascuna a suo modo, nella proporzione che stabilisce e che meglio si sposa con la sua situazione. Peraltro, la scelta femminile è una scelta personale, ma non necessariamente individuale: considerarla necessariamente alternativa o addirittura in contrapposizione con quella maschile non tiene conto di una realtà, quella familiare, che non è mai solo la somma delle parti che la compongono.

 

L’auspicabile gestione condivisa della famiglia non equivale al ripartizione egualitarista dei carichi familiari. E del resto, se la differenza di genere è considerata “solo” un problema da risolvere, il tentativo di ridurla o abolirla diventa una conseguenza logica. Insieme alla differenza, si perde così la specificità, fatta di quelle che Bonino definirebbe le “potenzialità femminili”. Accantonare questa specificità è stato storicamente il modo in cui le donne hanno ottenuto l’ingresso in ambiti tradizionalmente riservati agli uomini, tra i quali quello del lavoro dipendente in azienda. In questo modo, però, non hanno potuto portare un reale contributo nell’organizzazione lavorativa consolidata, di stampo prettamente maschile: al contrario, si sono adeguate alle modalità lavorative vigenti, lasciandosi anzi trasformare da queste.

 

La definizione di “uome”, che ironicamente circola tra le stesse donne lavoratrici, rende bene l’idea: partecipando dell’impiegatizzazione crescente del lavoro dipendente, che interessa tutte le mansioni e a tutti i livelli, le donne non hanno potuto modificare sostanzialmente un modello fondato sulla presenza invece che sul rendimento, sulla visibilità mondana invece che sul contributo reale, sulla rigidità invece che sulla flessibilità e sulla creatività. Davvero questa si può chiamare “libertà”? Davvero per essere libere le donne devono essere uguali agli uomini, tanto in casa quanto fuori? Davvero per realizzare questa libertà è necessario intervenire sulla famiglia, invece che sull’organizzazione e sulla natura del lavoro? Rassegnando le dimissioni dalla sua ambita posizione, Gaby Hinsliff ha scritto: “I still want to work. I just don’t want to work like this”. È questo forse il desiderio comune, se non a tutte le donne, certo a una buona parte di loro.

 

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COMMENTI
04/04/2010 - il coraggio di aprire la bocca (Antonio Servadio)

Bravissima l'articolista per il coraggio di esporsi a riferire opinioni e fatti "veri" di vita vissuta, andando controcorrente dentro a temi che non si sono mai emancipati da quello stantio dogmatismo ideologico di stampo chiaramente sovietico tuttora vitalissimo sotto mentite spoglie. Abbattuto ormai da molti anni il muro di Berlino, già in demolizione vari altri muri, scomparsi i partiti dell'ultra sinistra, resiste la tenace e bieca ideologia della sterilità come fondamentale scelta politica e sociale. Penalizzare la diversità e quindi la famiglia non è tutela della libertà. Il nucleo è in quelle frasi "...scelta femminile ... considerarla ... in contrapposizione con quella maschile ... realtà ... familiare, che non è mai solo la somma delle parti che la compongono". L'ideologia sovietica vuole renderci omo-logati, piatti, cioè Uome & Donni, tutti Omi quindi a-sessuati. Fino a che chiameremo "diversi" coloro che prima erano gli "uguali". Omologazione è riduzione della bio-diversità familiare, è impoverimento dell'ecosistema sociale. Siamo frullati in un minestrone dove si perdono di vista i confini tra identità, complementarietà e parità.