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DIBATTITO/ Quel falso principio di libertà che vuol far lavorare le donne fuori casa

Pubblicazione:domenica 4 aprile 2010

Foto: Imageconomica Foto: Imageconomica

 

Nell’intervista in cui ha risposto alle obiezioni mosse da queste pagine (tra gli altri, da Marco Cobianchi) al libro L’Italia fatta in casa, scritto con Alberto Alesina, Andrea Ichino ha ribadito la sua contrarietà al ricorso agli asili nido pubblici come soluzione al problema della conciliazione tra famiglia e lavoro. Ichino ha spiegato come, oltre a gravare sulla fiscalità generale, la costruzione di nuovi nidi pubblici non risolve il problema dell’occupazione femminile, legato piuttosto a un fondamentale riequilibrio dei carichi di lavoro familiari, e alla mancanza di una reale libertà di scelta femminile in materia lavorativa. Una simile posizione sembrerebbe soddisfare pienamente le aspettative di chi nutre esplicite riserve “contro gli asili nido”, e sostiene il bisogno di una pluralità di misure di conciliazione per garantire la libertà di scelta.

 

Ma si tratta della stessa libertà? Ichino parla di “consentire una maggiore possibilità di carriera alle donne che lo vogliono”: mentre attualmente il ruolo consolidato da “bread winner” nella quasi totalità delle famiglie italiane è riservato agli uomini. Tralasciando la discussione del criterio per identificare in questa situazione l’assenza di una scelta effettiva, si può fare ricorso a questo stesso esempio per interpretare la nozione di libertà in questione. Messa così, somiglia da vicino a quella espressa da Emma Bonino durante la corsa per la regione Lazio. Intervistata in occasione della festa della donna, Bonino aveva detto di voler aumentare il numero dei servizi di assistenza alle famiglie - assistenza all’infanzia, assistenza agli anziani, assistenza domestica -, per sollevarle le donne da questi - definiti “carichi di welfare all’italiana” -, e permettere loro di esprimere le loro “potenzialità al femminile”.

 

È significativo che tra queste potenzialità non venga considerata - anzi, che da esse venga esplicitamente esclusa - quella materna: intesa non come mera facoltà di generare, ma come capacità di accudire, educare e dedicarsi ai figli. Nella prospettiva di Bonino, la scelta delle donne si suppone libera se si indirizza contro queste opzioni, per imboccare direzioni considerate più affini ai loro reali desideri, nonché di maggiore interesse per la collettività (Ichino lo definisce “interesse del paese a non sprecare risorse di donne che potrebbero essere ottime professioniste”). Libertà, insomma, è libertà di aderire a una strada precisa: mentre la preferenza per altre strade viene guardata con sospetto, se non addirittura tacciata di essere frutto di una costrizione.

 

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COMMENTI
04/04/2010 - il coraggio di aprire la bocca (Antonio Servadio)

Bravissima l'articolista per il coraggio di esporsi a riferire opinioni e fatti "veri" di vita vissuta, andando controcorrente dentro a temi che non si sono mai emancipati da quello stantio dogmatismo ideologico di stampo chiaramente sovietico tuttora vitalissimo sotto mentite spoglie. Abbattuto ormai da molti anni il muro di Berlino, già in demolizione vari altri muri, scomparsi i partiti dell'ultra sinistra, resiste la tenace e bieca ideologia della sterilità come fondamentale scelta politica e sociale. Penalizzare la diversità e quindi la famiglia non è tutela della libertà. Il nucleo è in quelle frasi "...scelta femminile ... considerarla ... in contrapposizione con quella maschile ... realtà ... familiare, che non è mai solo la somma delle parti che la compongono". L'ideologia sovietica vuole renderci omo-logati, piatti, cioè Uome & Donni, tutti Omi quindi a-sessuati. Fino a che chiameremo "diversi" coloro che prima erano gli "uguali". Omologazione è riduzione della bio-diversità familiare, è impoverimento dell'ecosistema sociale. Siamo frullati in un minestrone dove si perdono di vista i confini tra identità, complementarietà e parità.