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CRISI/ Ecco perché l’Italia coi conti in rosso detta legge in Europa

Pubblicazione:martedì 6 aprile 2010

Giulio Tremonti (Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Imagoeconomica)

3) A che si deve, data questa cornice, la valutazione positiva della politica di bilancio italiana? Giulio Tremonti ha saputo contenere la frana del debito, nonostante la gravità della congiuntura economica. Basti dire che le entrate fiscali sono scese solo del 2%, assai meno della cauta del Pil. Certo, per la prima volta dall’inizio degli anni ’90, l’Italia chiude l’anno con un saldo primario negativo (ma solo dello 0,6%), mentre il rapporto tra debito e Pil è schizzato al 115,22%. Ma il deterioramento dei conti dei Paesi dell’area Ocse è stato assai più marcato.

Non solo. Nel corso della recessione, i governi hanno esteso la rete di protezione agli istituti bancari privati e, di riflesso, sia ai depositi che ai debiti delle famiglie (vedi i mutui e il credito al consumo) e dei depositanti. Perciò, le agenzie di rating hanno deciso di tener conto nella valutazione delle pagelle dei singoli Paesi anche dei debiti/crediti dei privati e non solo delle amministrazioni pubbliche.

Di qui una promozione (relativa) dell’Italia rispetto ad altre nazioni, la Gran Bretagna ad esempio, dove ad un modesto debito pubblico fa da contraltare una pesante esposizione dei privati. Per queste ragioni il Cds (il credit default swap che misura il rischio fallimento di un Paese) della Penisola si mantiene su livelli inferiori alla media dei Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e la stessa Spagna che pure ha un debito pubblico largamente inferiore), nonostante la mole esorbitante dei Cds italiani in circolazione.

 

4) Il passaggio, insomma, risulta stretto: le risorse a disposizione sono modeste ma, d’altro canto, è necessario riavviare un ciclo di sviluppo dopo 102 trimestri consecutivi (il calcolo è della Banca d’Italia) in cui l’economia del Bel Paese è cresciuta a tassi inferiori dei principali concorrenti. In parte, l’Italia potrà contare sullo stellone se Cina, Usa e Giappone confermeranno le stime di crescita attuali, largamente superiori a quelle dell’Unione europea che, per giunta, potrà trarre vantaggio dal deprezzamento dell’euro. In parte sarà necessario aiutarsi da soli: la riforma strutturale del fisco, in questa luce, è l’occasione irrinunciabile per cercare di restituire velocità ad un sistema che viaggia con i freni tirati, fenomeno che si vede poco nei momenti di crisi, quando tutti rallentano, ma che minaccia di apparire in tutta la sua drammaticità al momento della ripartenza.

 

 



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COMMENTI
06/04/2010 - altri freni (attilio sangiani)

l'economia italiana,mi pare,ha diversi altri freni: 1)il maggior costo dell'energia,che ha vanificato i vantaggi a suo tempo acquisiti con la C.E.C.A.; 2) il pessimo funzionamento della giustizia,specie civile,che scoraggia gli stranieri ad investire in Italia; 3) l'altrettanto pessimo funzionamento,con poche eccezioni,della P.A.,nonostante alcune buone riforme in corso (come la informatizzazione delle procedure);4) gli effetti della "globalizzazione selvaggia",che ha esposto la nostra economia più di quella dei nostri concorrenti: i nostri prodotti sono i più "maturi" fra quelli occidentali;pertanto più esposti alla concorrenza cinese,alle falsificazioni,alle semplici imitazioni a buon mercato,agli effetti della mano d'opera a basso costo,che ha incentivato le "delocalizzazioni". Essendo i nostri prodotti i meno necessari e i più tipici del "superfluo di lusso ",sono i primi ad essere meno consumati in tempi di crisi mondiale. Lo "stellone",forse,sarà la ripresa della domanda dei nostri prodotti se aumenterà il benessere nel mondo. Anche il turismo ne beneficierà,essendo "consumato" da chi ha già soddisfatto i bisogni primari. Ecc,ecc,....