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FIAT/ La parabola di Marchionne: da Super Sergio a "ostaggio" degli Agnelli

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Teniamoci gli eredi Agnelli, dunque, purché facciano il loro dovere di azionisti, perché l’azienda moderna non può essere guidata da una mera regola dinastica. Il dovere è sostenere e finanziare il grande sogno, cioè il progetto di un vero gruppo multinazionale. Qui vale il dubbio sollevato da molti, tra i quali un ex top manager della stessa Fiat, Riccardo Ruggeri, l’uomo che ha creato New Holland: si può mettere insieme Fiat e Chrysler, lanciare nuovi prodotti, riconvertire le officine, i rivenditori, i clienti, verso modelli più avanzati, che consumano e inquinano meno, si può insomma cambiare strategia con i soldi degli altri, siano essi i contribuenti americani o italiani?

 

È chiaro che la risposta è no. Se il piano strategico di Marchionne li convince, allora gli azionisti debbono mettere mano al portafoglio. Non possono, nel pieno di una crisi strutturale come questa, intascare dividendi senza investire. Costo zero per la proprietà e prezzo pieno per la collettività, è una filosofia socialmente iniqua ed economicamente insensata.

 

E qui torniamo all’esame di maturità. Gli eredi Agnelli, a fronte del loro impegno (e non di un progressivo sganciamento), hanno maggior forza e autorità per chieder conto all’amministratore delegato. Finora gli hanno concesso una delega integrale: fai tu, perché noi abbiamo altro a cui pensare. Marchionne ha fatto molto, anche le nozze con i fichi secchi. Ma non può fare tutto. Soprattutto non è in grado di compiere le scelte di fondo, cioè nuovi modelli (che comportano investimenti costosi e di medio periodo), senza conoscere le risorse che ha a disposizione e quale dote l’azionista gli affida.

 

Portare in America la 500, l’Alfa e la Lancia, significa lavorare con quel che c’è già. Ma quel che c’è (e i dati delle vendite lo dimostrano) non basta certo ad assicurare un futuro alle due aziende legate da una cambiale di matrimonio. Ora che la scadenza si avvicina, è il momento di capire chi la paga, come e quanto.



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COMMENTI
07/04/2010 - Un vero peccato! (Francesco Giuseppe Pianori)

E' facile per me, che sono un dipendente pubblico, dare consigli a chi rischia di suo e investe; ma è chiaro anche ai bambini, che un vero imprenditore ama la sua Azienda, a costo di non dormire la notte e rinunciare anche alle vacanze estive (si fa per dire) pur di mantenere in piedi quello che magari i suoi genitori o avi hanno costruito. "Prendi i soldi e scappa" è il titolo di un bel film e nulla più. Rischiare e investire in proprio è da gente coraggiosa e non da "imprenditori di stato", come purtroppo succede per tanti Amministratori Pubblici, i quali non ci rimettono nulla: tanto pagano i cittadini. In questo modo non solo non si resta sul Mercato; ci si attira, come minimo, le maledizioni di chi paga.