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FIAT/ Marchionne muove le pedine per la nuova era Agnelli

John Elkann e Sergio Marchionne (Foto Ansa) John Elkann e Sergio Marchionne (Foto Ansa)

Nel primo trimestre il gruppo ha registrato un utile operativo e ha cominciato a restituire al Tesoro una prima tranche dei soldi prestati da Bush nell’autunno 2008. A questo punto, il consiglio di amministrazione è orientato ad anticipare il ritorno in borsa, cercando di battere sul tempo General Motors che sembra avere meno fretta di ricollocare sul mercato le proprie azioni. Per Chrysler, rientrare a Wall Street è più urgente, anche perché coincide logicamente con il break-up Fiat.

 

Gli eredi Agnelli sono pronti. La settimana scorsa è avvenuto il riassetto dell’accomandita che ha consolidato la guida della proprietà dispersa tra i cento membri della famiglia. Al comando c’è, ormai capo incontrastato, John Elkann che guida anche Exor, la holding dove è custodito il 30 e passa per cento di Fiat e presiede l’intero gruppo industriale. Nella sapaz è entrato Andrea Agnelli insieme a Maria Sole e Luigi Ferrero di Ventimiglia, nipote di Clara Nasi. Mai negli ultimi dieci anni era stata data una tale immagine di stabilità dinastica. Premessa ideale per il cambiamento.

 

Che dire? Good bye e good luck. Si chiude un secolo nel corso del quale la Fiat è stata l’industria di sistema, privata eppure così strettamente intrecciata con il pubblico, odiata e amata dalla politica che gli Agnelli stessi (e i loro grandi manager da Valletta a Romiti) hanno odiato e amato, allacciando un’ambigua relazione fatta di scambi a tutti i livelli. Ha coinvolto i giornali come i lavoratori, i sindacati e i partiti (basti ricordare la Uil oppure Valletta, Saragat e la nascita del Psdi, esempi stranoti), gli affari interni (la diga anticomunista e il piano Marshall del quale la Fiat ha preso una fetta tra le più consistenti) e gli affari esteri (l’asse americano, ma anche l’Unione Sovietica fin dai tempi di Stalin o la Libia di Gheddafi). Quella Fiat non c’è più. La storia ha chiuso la saracinesca e Marchionne ha cominciato la traversata verso un’altra sponda.

 

Non tutta la secolare matassa è stata sbrogliata. Tra i fili più sensibili sul piano sistemico c’è la proprietà del Corriere della Sera (a parte i gioiellini di famiglia come Stampa o Juventus). Se il percorso avviato è quello che si dice, allora coerenza vorrebbe che Rcs uscisse dal perimetro Fiat per entrare tra le partecipazioni Exor. Perché mai gli azionisti di un’azienda che produce scavatrici, bus e macchine varie dovrebbero pagare per i giornali?

 

Il riassetto del più grande gruppo privato italiano in vista di una rinascita in chiave multinazionale, dovrebbe essere l’occasione per rompere i lacci e i lacciuoli che fanno dell’Italia il paese in cui il conflitto di interessi è regola.

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