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FINANZA/ Allarme mutui: l’Euribor potrebbe risvegliarsi

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Il prestito ha una durata di sette giorni, così che la scadenza coincida con la possibilità di entrare in una nuova operazione. Dettaglio importante, su cui torneremo più avanti: a partire dal 15 ottobre 2008, la Bce ha modificato la struttura del prestito, semplificando notevolmente le modalità di accesso alla liquidità.

 

Da allora chiunque può accedere all’operazione, basta soddisfare due semplici condizioni: avere titoli eleggibili all’operazione e pagare il tasso richiesto. Quest’ultimo, il tasso richiesto, è la vera innovazione di questo strumento. La procedura semplificata ha introdotto un tasso fisso che dal 3,75% è sceso progressivamente fino ad assestarsi sull’1% attuale.

 

Numeri e date sembrano mostrare una curiosa simmetria. La data, innanzitutto: ottobre 2008. Agli inizi del mese l’Euribor a 12 mesi raggiunge quota 5,5%, il massimo dai tempi della bolla targata new economy. Una settimana dopo, l’8 ottobre 2008, la Bce annuncia l’introduzione della procedura semplificata. La prima procedura viene eseguita, come detto, il 15 ottobre 2008. Un anno e mezzo dopo, due tassi per loro natura diversi, il tasso fisso Bce con scadenza settimanale e l’Euribor a 12 mesi, due indici quasi impossibili da confrontare, tendono entrambi all’1%.

 

Sui mercati monetari regna una calma apatica, una forma di inerzia per cui si può azzardare una spiegazione da manuale di chirurgia. L’intervento sul sistema finanziario europeo ha avuto l’effetto di un coma farmacologico, indotto da continue e abbondanti iniezioni di liquidità. E mentre il sistema nervoso dell’economia europea si stabilizzava su un tasso appena percettibile, gli attivi finanziari delle banche sono stati svalutati per un corrispettivo di 1765 miliardi di dollari [1], di cui 574 miliardi in Europa e 1150 miliardi in America (dove sono state adottate misure simili).

 

Ecco quindi cosa è accaduto. I bilanci di colossi finanziari sono stati smontati, destrutturati, in alcuni casi demoliti con furia iconoclasta. Deleverage è la parola d’ordine oltremanica. “Delevereggiare” è l’inglesismo che più si ascolta tra le scrivanie dei banchieri italiani basati nella City. Tradotto letteralmente, significa ridurre la leva finanziari [2], ripulire i bilanci dall’intossicazione di debito.

 

Una montagna di debito, accumulata dagli anni Novanta fino all’estate del 2007, quando il mercato dei subprime ha cominciato a scricchiolare. Senza i tassi d’interesse all’1%, la parola stessa, “deleverage” non esisterebbe neppure. In compenso, oggi si parlerebbe molto di economia di sussistenza e risparmi sotto il materasso.

 

[1] Fonte: Bloomberg.

[2] Rapporto tra capitale proprio e debiti.

 

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