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FINANZA/ Eni a caccia di Repsol riapre la partita tra Telefonica e Telecom

Pubblicazione:mercoledì 5 maggio 2010

Eni_InsegnaR375.jpg (Foto)

Le fonti ufficiali non hanno degnato di grande attenzione l’indiscrezione, pubblicata dalla francese l’Expansion lunedì scorso, secondo la quale ci sarebbero stati degli assaggi, delle avance da parte dell’Eni per entrare nel capitale di Repsol, la principale industria petrolifera spagnola, una delle prime dieci nella classifica mondiale del settore.

 

Anche i media italiani non hanno dato credito all’ipotesi, malgrado la fonte, l’Expansion appunto, sia degna di credito: è la stessa testata che, tempo fa, aveva parlato di un possibile ingresso di Edf in South Stream, il nuovo gasdotto che collegherà direttamente i giacimenti russi con i mercati europei. Un progetto visto con qualche sospetto dalla diplomazia americana e nel quale erano impegnati, fino a poco tempo fa, la russa Gazprom e l’Eni, ora affiancate, appunto, dal colosso energetico pubblico francese.

 

Repsol è un gruppo, così come lo conosciamo oggi, nato dalla fusione di varie realtà iberiche e dall’acquisizione di una compagnia argentina. Era originariamente sotto il controllo pubblico, ma successivamente, in varie ondate, è stato privatizzato. Quotato alla borsa di Madrid, ha ora come azionisti di riferimento due colossi bancari come Caixa e Banco Bilbao, oltre a Sacyr Vallehermoso, uno dei principali costruttori spagnoli. Fattura circa 55 miliardi di euro e ha 37 mila dipendenti. Grosso modo Repsol è la metà dell’Eni il cui fatturato è attorno ai 100 miliardi, con un utile di 5 miliardi nel 2009 e circa 78 mila dipendenti.

 

Avrebbe senso un’operazione di integrazione, sotto qualsiasi forma la si voglia concepire? Stando gli analisti del settore, sì. Il loro parere va sempre preso con circospezione, perché gli analisti amano le operazioni finanziarie (nelle quali vedono la possibilità di rapidi apprezzamenti dei titoli) più che le logiche di una lenta, costante, faticosa crescita industriale.

 

Certo nel caso del petrolio non si può negare che i loro ragionamenti siano convincenti. Gli idrocarburi sono sempre più rari ed è sempre più costoso individuare nuovi giacimenti e portarli allo sfruttamento. La corsa alle materie prime dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina) affamati di energia, rende la competizione internazionale ogni giorno più agguerrita, oltre che onerosa.

 

Eni e Repsol sono due grandi compagnie, ma non hanno le dimensioni che permetterebbero di competere su piede di parità con le multinazionali americane o inglesi. La loro unione, invece, le porterebbe nella graduatoria a un passo dai primi e davanti, per esempio, alla francese Total.

 

Sulla carta l’operazione sembra vantaggiosa e anche semplice. Ma in realtà non lo è. Già in passato c’erano state voci di integrazione fra Repsol ed Eni, ma tutto si era fermato all’istante soprattutto per ostilità di Madrid: date le dimensioni relative, nell’eventuale partnership il peso maggior lo avrebbe avuto la compagnia guidata da Paolo Scaroni. E gli spagnoli non volevano accettare una posizione di secondo piano. D’altra parte quando la russa Lukoil ha tentato una sorta di scalata, politica e la finanza iberiche si sono coalizzate, hanno fatto quadrato per respingere l’attacco, e con successo.

 

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