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FIAT/ Marchionne svenderà l'Italia a Detroit?

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Qui e ora si lavora solo per sostituire prodotti vecchi con quelli nuovi, più sofisticati, e spesso più cari (non sempre perché nell'elettronica i prezzi hanno contribuito a una vera e propria deflazione settoriale). Naturalmente, l'offerta segue la domanda, la produzione segue i consumi. E i beni per i nuovi mercati debbono costare meno, quindi vanno confezionati o con salari inferiori o con una produttività maggiore o con un mix delle due componenti. Lavorare di più e guadagnare meno? Un paradosso per qualsiasi sindacato serio. Eppure, in questa fase storica non lo è, così come non è la necessità di ridurre le nostre protezioni sociali, le pensioni (lavorando più a lungo), l'intero contratto sul quale si regge il modello dell'economia sociale di mercato.


L'illusione che la crisi fosse solo americana si è rivelata una consolatoria bugia. Posto fisso, previdenza garantita, spesa pubblica ed elevata tassazione, cioè i pilastri del sistema europeo, vanno rivisti per favorire la transizione a un nuovo modo di organizzare produzione, consumi, servizi. Un cambio di modello in occidente che s'accompagna a un cambio di modello anche nei paesi in via di sviluppo: dal mercantilismo spinto verso un allargamento della domanda interna, servizi sociali, salari più alti (in Cina gli scioperi ormai stanno coinvolgendo le maggiori imprese internazionali).


Tutte queste possono sembrare astrattezze da sapientoni agli operai dell'ex Alfa sud che debbono tirare la cinghia e rimboccarsi le maniche per non perdere il posto. Eppure, la sfida di Marchionne dovrebbe essere accettata non solo dai sindacati, ma dalle forze politiche. La Fiat ha già imboccato la sua strada multinazionale. Se l'operazione fallisce, tutto fallisce. Se ha successo, che cosa resta in Italia e all'Italia? Possiamo difendere i posti di lavoro esistenti (scelta indispensabile sul piano sociale). Ma possiamo anche fare in modo che vengano creati nuovi posti di lavoro.


I sindacati per primi dovrebbero chiedere alla Fiat, in cambio della inevitabile flessibilità nell'uso dei dipendenti attuali, di aumentare gli occupati nei suoi centri di ricerca italiani, nel marketing, nella progettazione, nel management, insomma in tutte le funzioni più elevate del ciclo produttivo. Dovrebbero pretendere dagli azionisti e dal loro amministratore delegato di non trasferire la polpa a Detroit. Di non svendere ancora una volta la tecnologia come venne fatto per il motore a iniezione o per i freni. Un regalo ai concorrenti in cambio di una manciata di spiccioli. E' sui punti alti, dunque, che andrebbe concentrato l'intervento sia delle organizzazioni dei lavoratori sia dei partiti che vogliono ancora pensare al futuro e non esaurirsi nel tappare i buchi del presente.


 



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COMMENTI
14/06/2010 - Ma se nulla può la politica (PAOLA CORRADI)

Ma se nulla può la politica, come potranno mai fare i sindacati? Credo che, a costo di sbagliare, la politica debba entrare più nel merito sull'attività produttiva ed economica del paese, non credo assolutamente che sia solo una questione di essere più bravi degli altri, perchè la tecnologia ora non è solo italiana, ma con internet è globale. Le aziende devono avere un interesse economico per produrre in italia. Questa è la realtà e quindi è necessario sostenere l'impresa perchè gli stati emergenti fanno a gara per sostenere i nostri concorrenti. E' una cruda realtà ma è cosi', quindi non possiamo illuderci che il made in italy possa sempre reggere questo empasse. Qualche idea: dei premi produzione in base al numero di addetti, dei premi per chi acquista materie prime in italia etc.