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CRAC GRECIA/ L’Italia sommersa dal debito rischia la recessione?

Pubblicazione:martedì 15 giugno 2010

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Non sono quindi bastati i 145 miliardi di dollari già ottenuti dallo Stato, per evitare un capitombolo letale per gli enti che garantiscono il 53% dei 10,7 trilioni di dollari di mutui immobiliari in essere negli Usa serviranno molti altri soldi: già ora, tamponare la situazione è costato più dei salvataggi di Aig, General Motors e Citigroup insieme. Il problema serio è dato dalla composizione dei 5,5 trilioni di dollari di mutui detenuti da Fannie e Freddie: circa 1,98 trilioni di questi sono stati accesi in stati come California, Florida, Nevada e Arizona che conoscono il tasso più alto del paese come incapacità di ripagare quanto contratto, mentre 1,13 trilioni sono stati contratti nel 2006 e 2007, anni del picco di valore del real estate negli Usa.

 

Insomma, ciò che sembrava un problema del passato ormai risolto sta rientrando dalla finestra: e lo sta facendo in un momento di estrema volatilità e instabilità, con il debito alle stelle e il mercato che declina la sua avversione al rischio nella previsione di alcuni analisti di un Dow Jones sotto quota 10mila punti in tempi brevi, un vero e proprio shock che giustifica quindi quanto avvenuto il 6 maggio scorso, ovvero la simulazione di crack borsistico organizzata da Nyse e Sec per valutare il punto di rottura e la capacità di reazione della Borsa Usa a un evento traumatico.

 

«Siamo appena entrati nel secondo atto della crisi», ha sentenziato domenica George Soros parlando della crisi innescata dalla situazione del debito sovrano in Europa. «I governi devono intervenire sui deficit di budget e questo, quasi certamente, ci riporterà in recessione», ha concluso lo speculatore tramutatosi in filantropo parlando a un convegno a Vienna. Patria, quest’ultima di una grande scuola di economisti liberisti e di quel gigante misconosciuto di Von Hayek: ascoltassimo un po’ di più le sue ragioni e non quelle fuori tempo massimo di Keynes, forse non saremmo ridotti così.



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COMMENTI
17/06/2010 - Le lezioni di questa crisi: per romano calvo (Antonio Maggio)

Gentile Romano, non posso esimermi da risponderLe cogliendo l'occasione per chiarire degli aspetti che proprio del sentire comune spiegano perchè le tragedia di oggi è causa degli errori del passato. Hayek non aveva una assoluta fiducia degli automatismi di mercato. Anzi era ben conscio dei limiti (situazioni di monopoli naturali, asimmetrie informative, esternalità, beni collettivi...) tali da non permettere che la teoria dell'efficienza nell'allocazione delle risorse per mezzo della concorrenza potesse esprimersi totalmente. Da qui la necessità di interventi dello stato. La questione è: dove lo stato deve intervenire? Cioè quali i criteri e quali le modalità. Il principio di sussidiarietà contestualizza la teoria heyekiana dicendo che lo stato non deve intervenire dove riescono a farlo, con più efficienza ed efficacia, gli ordini inferiori (inferiori per dimensione non per ruolo). E così arriviamo alla scuola. C'era lo stato quando in Italia di sono create le prime università? E' stato lo stato (scusi l'ingenuo gioco di parole) a creare tutte le esperienze di formazione cattolica che hanno disseminato (e continuano a disseminare) l'Italia? Non confondiamo diritto allo studio con il soggetto che permette l'esercizio di tale diritto: il diritto è di ognuno, il soggetto che può garantirlo è statale o privato. Non confondiamo pubblico con statale. E la crisi attuale? Componenti sia reali che finanziarie: certo che la Germania con debito/pil al 84% se la passa meglio di noi.

 
15/06/2010 - le lezioni di questa crisi (romano calvo)

Concordo con Teruzzi e mi preoccupano queste cose che sento a proposito di Hayek e sulla fiducia negli automatismi del mercato. Credevo che questa crisi fosse servita perlomeno a capire che in finanza non funzionano i meccanismi dei mercati delle merci (invito a leggere l'economista André Orlean; Dall'euforia al panico, Ombre corte verona 2010). Ad Antonio di Maggio proporrei di fare due calcoli e verificare quanto costerebbe un sistema scolastico totalmente privatizzato con lo strumento Dote, in grado però di rispettare i LEP. Glielo dico io: uguale a quanto spendiamo ora. Non dobbiamo confondere il tema della riqualificazione di un nuovo welfare con l'ammontare delle risorse finanziarie ad esso necessarie. Ciò che lei ingenuamente sta proponendo è il semplice venir meno del diritto allo studio. Qui non si stà discutendo della qualità e dei soggetti del lavoro sociale ed educativo (su questo piano potrei essere d'accordo con lei), ma si sta discutendo di risorse. Vi invito a leggere l'articolo di James Galbraith (LE Monde diplomatique, giugno 2010), figlio del celebre John. Gli stati non possono permettersi di perdere la battaglia contro la finanza, ne va del futuro della nostra civiltà europea. Occorre reagire spendendo risorse pubbliche in beni di investimento, costruendo una fiscalità europea,utilizzando i fondi pensione europei,vietando la compravendita di CDS sul debito sovrano e facendo pagare le tasse ai ricchi. romano.calvo@libero.it

 
15/06/2010 - E ora? (Antonio Maggio)

Grazie Bottarelli. Finalmente qualcuno richiama Hayek. Che evidenziava chiaramente quali i limiti dello stato, la sua incapacità di dare adeguate risposte alle persone perchè bisogni e risposte sono governate dallo scambio delle informazioni sintetizzate dai prezzi di mercato. Ma gli stati europei hanno per decenni voluto rincorrere il carro socialista-comunista-statlista trovando giustificazione nelle teorie di Lord Bavaridge (dalla culla alla bara) e di Lord Keynes. Che poi i "figli" di Keynes l'abbiamo saputo veramente leggere oppure l'abbiamo manipolato lo si trova nella situazione in cui siamo. Eppure si continua a confondere la febbre con il termometro. Perchè, almeno in Italia, non si vuole ridurre il debito attivando strumenti di welfare sociale come ad esempio una scuola veramente libera? Attraverso il bonus scuola si attiverebbe una reale concorrenza con una riduzione netta dei costi della collettività ed un miglioramento del livello qualitativo. E con un nuovo welfare si aprireppero spazi per imprese sociali che supportebbero la crescita altrimenti non possibile, vista la stuttura post-industriale nel sistema economico italiano. Ma qualcuno continua a sventolare il moloch della Costituzione ("senza oneri per lo Stato").

 
15/06/2010 - Debito e recessione (Vulzio Abramo Prati)

Che un paese, un'azienda o un privato coperti di debiti possano solo pensare a un periodo di recessione mi sembra il minimo! Solo dopo aver sanato la situazione economica si potrà pensare di finanziare una fase di sviluppo perchè, è bene sottolinearlo a chi ancora non l'ha capito, lo sviluppo richiede investimenti e questi si fanno o con moneta sonante o con finanziamento e per averlo servono i conti a posto. Pensare essendo indebitati di uscire dalla crisi finanziando lo sviluppo è come suggerire a uno sfrattato nullatenente di risolvere il problema comprando un attico in centro! In economia ci sono dei "fondamentali" e sarebbe ora che ce ne rendessimo conto tutti noi italiani, Governo, opposizione e sindacati in testa. Tutti dovremo fare sacrifici per uscire da questa situazione e il percorso non sarà agevole; solo dopo potremo permetterci una fase di sviluppo. Ritardando la cura si aggrava solo la malattia e la nostra economia è in rianimazione! Ieri Francia e Germania auspicando un rafforzamento del patto di stabilità hanno proposto il ritiro del diritto di voto al Consiglio Europeo ai paesi "lassisti in materia di bilancio"; chissà a chi pensavano visto che noi, secondo chi ci governa, "abbiamo i conti più a posto degli altri paesi". Effettivamente Von Hayek lo conosciamo poco, credo però che lui quando parlava del "malinvestment" conoscesse molto bene noi!

 
15/06/2010 - vale il contrario (Fabrizio Terruzzi)

rimediare agli squilibri non porta in recessione ma permette di alimentare fiducia e quindi nuovo slancio. E' il non farlo ad essere deleterio. Mi spiego meglio. Lo squilibrio di fondo è quello che una parte del risparmio non è destinato all'investimento produttivo ma ad alimentare lo stato sociale o a gonfiare l'economia finanziaria, quella speculativa, ingorda, fine a se stessa. 1) Uno stato sociale alimentato dai debiti è destinato al fallimento. Se non si vuole ridurre la spesa sociale logica impone che questo risparmio venga assorbito da nuove tasse o dal pagamento da parte di chi “più può” di una quota dei servizi oggi prestati gratuitamente o quasi. In linea di principio la domanda aggregata rimane la stessa, con il vantaggio che non si crea nuovo debito. 2) Scusate ma non riesco proprio a capire cosa ce ne facciamo di un’economia finanziaria che mira solo a moltiplicare i soldi come in sostanza si fa al Casinò di Montecarlo e all'Ippodromo, anche se in forme diverse (scommettendo sui numeri o sui cavalli anzichè sui corsi) e senza alcuna utilità sociale, anzi... Va completamente ripristinato il sano concetto per cui attraverso le borse valori si canalizza il risparmio verso il capitale di rischio. Il resto è "fuffa".