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Economia e Finanza

CRAC GRECIA/ L’Italia sommersa dal debito rischia la recessione?

Il debito pubblico italiano ha raggiunto un nuovo record negativo, proprio mentre nel resto del mondo crescono i timori per lo stato di salute di banche e stati

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Londra ha paura. Un sondaggio condotto dalla Bank of England sui mercati ha infatti portato con sé un risultato da brividi: i timori per il collasso di uno dei paesi debitori, tra cui Grecia e Portogallo, hanno portato infatti a scommesse di massa da parte degli investitori su un crollo del 20% dell’indice Ftse 100, qualcosa che ricorda molto il “black Monday” dell’ottobre 1987.

 

Come se questo non bastasse, poi, la notizia è coincisa con un’altra sgradevole realtà , questa volta resa nota dalla Banca per i regolamenti internazionali: gli istituti di credito britannici sono pesantemente esposti verso quelli di Irlanda e Spagna, più di quanto si sapesse e si pensasse, paesi che si teme saranno le vittime terminali della prossima ondata di crisi finanziaria.

A livello di esposizione di debito sia sovrano che privato, la Gran Bretagna nei confronti dell’Irlanda può “vantare” qualcosa come 230 miliardi e 158 miliardi rispettivamente, mentre verso la Spagna la situazione è di 150 miliardi. Nel suo Quarterly Bullettin, quindi, la Bank of England ha lanciato l’allarme: gli investitori, di principio già avversi al rischio, hanno accolto malissimo il salvataggio della Grecia da parte di Fmi e Ue; si fugge dai mercati e si scommette sul loro crollo, scegliendo come investimento hedge l’oro o, cosa che ha sorpreso, i bond governativi britannici.

I dati parlano chiaro: nelle ultime due settimane, il numero di investitori che hanno scommesso sul crollo dell’indice principale della Borsa di Londra è salito da meno del 5% a oltre il 13%: ai tempi del crollo di Lehman, la percentuale era del 25%. Il timore degli analisti, ora, è che un deteriorarsi delle condizioni dei bond governativi possa proprio innescare un reazione simile a quella che portò al crollo del gigante di Wall Street. Come scrivevamo mesi e mesi fa, la seconda ondata di crisi ruota tutta attorno al debito. Nessuno è escluso, nessuno è al sicuro. Italia in testa.

Il debito pubblico del nostro paese, infatti, è a livelli record: ad aprile si è attestato a 1.812,790 miliardi di euro, il livello assoluto più alto mai raggiunto. Lo ha comunicato ufficialmente la Banca d’Italia. A marzo si era attestato a 1.797,7 miliardi, mentre nell’aprile 2009 il debito pubblico ammontava a 1.749,28 miliardi di euro. Dal supplemento al Bollettino Statitistico della Banca d’Italia emerge inoltre che le entrate sono in calo nei primi quattro mesi del 2010: le entrate tributarie nel primo quadrimestre del 2010 si sono attestate infatti a quota 104,794 miliardi di euro, in calo dell’1,86% rispetto ai 106,787 miliardi registrati nel primo quadrimestre 2009. Nel solo mese di aprile le entrate, calcolate da via nazionale con il metodo della cassa, sono state pari a 25,122 miliardi (25,771 miliardi ad aprile 2009).

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COMMENTI
17/06/2010 - Le lezioni di questa crisi: per romano calvo (Antonio Maggio)

Gentile Romano, non posso esimermi da risponderLe cogliendo l'occasione per chiarire degli aspetti che proprio del sentire comune spiegano perchè le tragedia di oggi è causa degli errori del passato. Hayek non aveva una assoluta fiducia degli automatismi di mercato. Anzi era ben conscio dei limiti (situazioni di monopoli naturali, asimmetrie informative, esternalità, beni collettivi...) tali da non permettere che la teoria dell'efficienza nell'allocazione delle risorse per mezzo della concorrenza potesse esprimersi totalmente. Da qui la necessità di interventi dello stato. La questione è: dove lo stato deve intervenire? Cioè quali i criteri e quali le modalità. Il principio di sussidiarietà contestualizza la teoria heyekiana dicendo che lo stato non deve intervenire dove riescono a farlo, con più efficienza ed efficacia, gli ordini inferiori (inferiori per dimensione non per ruolo). E così arriviamo alla scuola. C'era lo stato quando in Italia di sono create le prime università? E' stato lo stato (scusi l'ingenuo gioco di parole) a creare tutte le esperienze di formazione cattolica che hanno disseminato (e continuano a disseminare) l'Italia? Non confondiamo diritto allo studio con il soggetto che permette l'esercizio di tale diritto: il diritto è di ognuno, il soggetto che può garantirlo è statale o privato. Non confondiamo pubblico con statale. E la crisi attuale? Componenti sia reali che finanziarie: certo che la Germania con debito/pil al 84% se la passa meglio di noi.

 
15/06/2010 - le lezioni di questa crisi (romano calvo)

Concordo con Teruzzi e mi preoccupano queste cose che sento a proposito di Hayek e sulla fiducia negli automatismi del mercato. Credevo che questa crisi fosse servita perlomeno a capire che in finanza non funzionano i meccanismi dei mercati delle merci (invito a leggere l'economista André Orlean; Dall'euforia al panico, Ombre corte verona 2010). Ad Antonio di Maggio proporrei di fare due calcoli e verificare quanto costerebbe un sistema scolastico totalmente privatizzato con lo strumento Dote, in grado però di rispettare i LEP. Glielo dico io: uguale a quanto spendiamo ora. Non dobbiamo confondere il tema della riqualificazione di un nuovo welfare con l'ammontare delle risorse finanziarie ad esso necessarie. Ciò che lei ingenuamente sta proponendo è il semplice venir meno del diritto allo studio. Qui non si stà discutendo della qualità e dei soggetti del lavoro sociale ed educativo (su questo piano potrei essere d'accordo con lei), ma si sta discutendo di risorse. Vi invito a leggere l'articolo di James Galbraith (LE Monde diplomatique, giugno 2010), figlio del celebre John. Gli stati non possono permettersi di perdere la battaglia contro la finanza, ne va del futuro della nostra civiltà europea. Occorre reagire spendendo risorse pubbliche in beni di investimento, costruendo una fiscalità europea,utilizzando i fondi pensione europei,vietando la compravendita di CDS sul debito sovrano e facendo pagare le tasse ai ricchi. romano.calvo@libero.it

 
15/06/2010 - E ora? (Antonio Maggio)

Grazie Bottarelli. Finalmente qualcuno richiama Hayek. Che evidenziava chiaramente quali i limiti dello stato, la sua incapacità di dare adeguate risposte alle persone perchè bisogni e risposte sono governate dallo scambio delle informazioni sintetizzate dai prezzi di mercato. Ma gli stati europei hanno per decenni voluto rincorrere il carro socialista-comunista-statlista trovando giustificazione nelle teorie di Lord Bavaridge (dalla culla alla bara) e di Lord Keynes. Che poi i "figli" di Keynes l'abbiamo saputo veramente leggere oppure l'abbiamo manipolato lo si trova nella situazione in cui siamo. Eppure si continua a confondere la febbre con il termometro. Perchè, almeno in Italia, non si vuole ridurre il debito attivando strumenti di welfare sociale come ad esempio una scuola veramente libera? Attraverso il bonus scuola si attiverebbe una reale concorrenza con una riduzione netta dei costi della collettività ed un miglioramento del livello qualitativo. E con un nuovo welfare si aprireppero spazi per imprese sociali che supportebbero la crescita altrimenti non possibile, vista la stuttura post-industriale nel sistema economico italiano. Ma qualcuno continua a sventolare il moloch della Costituzione ("senza oneri per lo Stato").

 
15/06/2010 - Debito e recessione (Vulzio Abramo Prati)

Che un paese, un'azienda o un privato coperti di debiti possano solo pensare a un periodo di recessione mi sembra il minimo! Solo dopo aver sanato la situazione economica si potrà pensare di finanziare una fase di sviluppo perchè, è bene sottolinearlo a chi ancora non l'ha capito, lo sviluppo richiede investimenti e questi si fanno o con moneta sonante o con finanziamento e per averlo servono i conti a posto. Pensare essendo indebitati di uscire dalla crisi finanziando lo sviluppo è come suggerire a uno sfrattato nullatenente di risolvere il problema comprando un attico in centro! In economia ci sono dei "fondamentali" e sarebbe ora che ce ne rendessimo conto tutti noi italiani, Governo, opposizione e sindacati in testa. Tutti dovremo fare sacrifici per uscire da questa situazione e il percorso non sarà agevole; solo dopo potremo permetterci una fase di sviluppo. Ritardando la cura si aggrava solo la malattia e la nostra economia è in rianimazione! Ieri Francia e Germania auspicando un rafforzamento del patto di stabilità hanno proposto il ritiro del diritto di voto al Consiglio Europeo ai paesi "lassisti in materia di bilancio"; chissà a chi pensavano visto che noi, secondo chi ci governa, "abbiamo i conti più a posto degli altri paesi". Effettivamente Von Hayek lo conosciamo poco, credo però che lui quando parlava del "malinvestment" conoscesse molto bene noi!

 
15/06/2010 - vale il contrario (Fabrizio Terruzzi)

rimediare agli squilibri non porta in recessione ma permette di alimentare fiducia e quindi nuovo slancio. E' il non farlo ad essere deleterio. Mi spiego meglio. Lo squilibrio di fondo è quello che una parte del risparmio non è destinato all'investimento produttivo ma ad alimentare lo stato sociale o a gonfiare l'economia finanziaria, quella speculativa, ingorda, fine a se stessa. 1) Uno stato sociale alimentato dai debiti è destinato al fallimento. Se non si vuole ridurre la spesa sociale logica impone che questo risparmio venga assorbito da nuove tasse o dal pagamento da parte di chi “più può” di una quota dei servizi oggi prestati gratuitamente o quasi. In linea di principio la domanda aggregata rimane la stessa, con il vantaggio che non si crea nuovo debito. 2) Scusate ma non riesco proprio a capire cosa ce ne facciamo di un’economia finanziaria che mira solo a moltiplicare i soldi come in sostanza si fa al Casinò di Montecarlo e all'Ippodromo, anche se in forme diverse (scommettendo sui numeri o sui cavalli anzichè sui corsi) e senza alcuna utilità sociale, anzi... Va completamente ripristinato il sano concetto per cui attraverso le borse valori si canalizza il risparmio verso il capitale di rischio. Il resto è "fuffa".