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Economia e Finanza

FIAT/ I sindacati sono sicuri d’aver capito quel che Marchionne vuol fare a Pomigliano?

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Di questi argomenti si è parlato, a vanvera e con i soliti luoghi comuni, solo sui media dove si è aperto un dibattito sui diritti e sui doveri campato per aria e utile solo da un lato a preoccupare chi giustamente si preoccupa della vertiginosa riduzione delle protezioni per i lavoratori e dall’altra a stuzzicare la fantasia di imprenditori che stanno già pensando di seguire la strada, per niente iniziata, di Fiat.

 

I media hanno, invece, approfondito poco il nocciolo vero della questione: come fa Fiat, spendendo la cifra relativamente bassa di 700 milioni di euro in 36 mesi, a portare la produzione di auto a Pomigliano da 70 mila a 280 mila vetture l’anno? Dal punto di vista tecnico non è facile e non è detto che ci si riesca. I sacrifici in termini di flessibilità chiesti ai lavoratori, i tre turni alla catena di montaggio, il recupero delle pause e delle interruzioni di produzione sono importanti, ma da soli non bastano se non si aumentano in maniera significativa e i ritmi e i carichi di lavoro degli operai.

 

Questi ultimi, che guadagnano il triplo di un collega polacco e una ventina di volte quello che percepisce un dipendente Fiat brasiliano, hanno iniziato, o meglio inizieranno dopo un referendum dall’esito del tutto scontato, una lunga rincorsa alla ricerca di una competitività di classe impossibile. E saranno loro, come tanti altri che, in aziende più piccole o meno blasonate, stanno già correndo o inizieranno a correre nei prossimi mesi, a pagare le deficienze della scuola italiana, il poco spazio dato ai giovani talenti, la micragna degli investimenti in ricerca, la strenua resistenza al ricambio generazionale, in sintesi la nostra scarsa capacità di innovazione, la sola arma utile per competere nei mercati globali che ha il grave difetto di essere più complicata da usare della riduzione dei diritti delle persone.

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