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FINANZA/ Ecco il nuovo Draghi che piace alla Lega e alle Pmi

C’è un passaggio nelle Considerazioni finali di Mario Draghi, che, spiega MARCO COBIANCHI, rappresenta una vera novità nella filosofia economica

Mario Draghi (Foto Imagoeconomica) Mario Draghi (Foto Imagoeconomica)

C’è un passaggio, nelle Considerazioni finali lette da Mario Draghi il 31 maggio scorso, che rappresenta la vera novità nella filosofia economica della Banca centrale. Vale la pena riportare integralmente il passaggio, che si trova a pagina 16, primo capoverso.

 

Eccolo: “Le grandi banche si giudicano anche da come organizzano l’attività sul territorio: mantenere, valorizzare il rapporto con l’economia locale significa utilizzare nella valutazione del cliente conoscenze accumulate nel corso di anni, ben più accurate di quelle desumibili da modelli quantitativi; significa saper discernere l’impresa meritevole anche quando i dati non sono a suo favore; significa saper fare il banchiere. La risposta delle grandi banche alle esigenze locali, coerente con la sana e prudente gestione, deve conciliarsi con strategie e visioni globali”.

Potrebbe essere inteso, questo passaggio, come una strizzatina d’occhio al totem leghista del “territorio” in vista della scadenza del mandato del Governatore (2012). Può essere, ma questa interpretazione non esaurisce la portata della novità.

Con queste poche righe Draghi manda al macero qualche tonnellata di studi economici che hanno prodotto automatismi comportamentali che si sono, nel corso del tempo, sostituiti al lavoro di banchiere. I modelli matematici che sono usciti dalle menti di economisti e statistici sono diventati talmente importanti da stabilire loro, sulla base dei dati dei bilanci delle imprese clienti, chi è meritevole o meno di credito. Si chiamano, appunto “modelli” e il più noto è quello di Basilea2 (quelli più devastanti sono quelli usati per il trading borsistico).

Delegare ai modelli la valutazione del merito di credito ha, nei rapporti tra imprese e banche, due effetti: da una parte si escludono le imprese sottocapitalizzate e, dall’altra, si de-responsabilizza il banchiere. Ma il patrimonio delle piccole e piccolissime imprese (delle quali è fatta la struttura dell’economia italiana) non è costituito da immobili o altri beni, ma dal valore dell’esperienza dell’imprenditore: qualità che non possono rientrare in un modello.

Dall’altra parte, lasciando fare alle formule matematiche, il banchiere (che spesso è un semplice direttore di filiale locale) non ha più alcuna discrezionalità decisionale perché a decidere se dare credito o meno è la mitologica “sede centrale” che decide il destino di un imprenditore facendo elaborare i dati dei suoi bilanci da programmi informatici, senza che nessuno, della sede centrale, lo abbia mai nemmeno visto in faccia.

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