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FIAT/ 1. Riuscirà Marchionne a portare la Polonia a Pomigliano?

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica) Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Allora, poiché a pensare male si fa forse peccato - come diceva Giulio Andreotti - ma spesso s’indovina, sorge il sospetto che in realtà le idilliache condizioni di produttività della Polonia fossero in procinto di diventare un po’ meno idilliache e che gli “schiavi polacchi” - come li definisce a mezza bocca qualche oltranzista della Fiom - stessero iniziando a rivendicare turni meno sfiancanti e remunerazioni migliori.

 

Di qui l’accordo della Fiat col governo serbo, per aprire una fabbrica laggiù; e la decisione di tentare anche un rilancio sull’Italia, dove in definitiva le macchine sanno farle bene, se è vero che i modelli prodotti a Pomigliano avranno un costo unitario troppo alto a causa delle inefficienze e degli assenteismi, ma vivaddio viaggiano come schegge.

 

Insomma, il “nuovo Marchionne” che non abbraccia più Epifani, non si atteggia più a socialdemocratico ma fa l’efficientista-produttivista senza se e senza ma... ebbene questo nuovo capo che la Fiat si trova oggi al vertice, probabilmente ha le sue ragioni per gestire il quadrante globale della sua industria globale - divenuta davvero tale soltanto dopo l’acquisizione del controllo della Chrysler - in modo da ottimizzare sempre al meglio costi di produzione e “pace sindacale”, evitando di soggiacere a qualsiasi ricatto e giocando ai quattro cantoni contro costi di produzione e rivendicazioni sindacali.

 

Certo, lui conosce come pochi la ferrea legge della globalizzazione, quella stessa che, come diceva ieri Eugenio Scalfari su La Repubblica, “è un dato di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare”. E allora s’accomodi: “polacchizzi” Pomigliano, e ringraziamolo, comunque, per aver confermato quei cinquemila posti.

 

C’è però da sperare che - mentre la Fiat declina la sua filosofia pratica della globalizzazione - prenda forza, nel mondo, quel movimento politico corale di cui forse si intravedono i primi segnali in campo bancario e finanziario, un movimento politico che intervenga a riequilibrare gradatamente ma decisamente gli effetti perversi della globalizzazione, che è stata finora una globalizzazione al ribasso, un fenomeno per cui anziché portare gli operai polacchi alle condizioni di lavoro dei loro colleghi italiani o “occidentali”, si stanno abbassando le condizioni di lavoro occidentali agli standard cinesi.

 

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