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Lavoro

FIAT/ 1. Così Pomigliano mette spalle al muro sindacati e imprese

La vicenda di Pomigliano, spiega TIZIANO TREU, rimanda a una sfida generale non solo per la Fiat e i sindacati coinvolti nell’accordo

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

Per salvare Pomigliano è necessario un accordo, un accordo pieno che regga nel tempo. Ne sono convinto; e tutti quelli che hanno a cuore la sorte di quella grande fabbrica dovrebbero adoperarsi perché tale condizione si realizzi.

 

Si è detto che un accordo del genere non può diventare un modello per il futuro. Questa affermazione va chiarita per evitare equivoci. La situazione di Pomigliano è sicuramente eccezionale, per le sue anomalie, di cui l’assenteismo dilagante è solo la manifestazione più grave. Ma ha implicazioni generali: pone al sindacato e alle aziende italiane il problema di come affrontare una competizione globale sempre più dura, non solo nel settore auto; con quali condizioni di lavoro, con quale tipo di produttività, ma anche con quali investimenti e innovazioni aziendali.

Affrontare le difficili sfide della competizione globale non significa accettare condizioni di lavoro da “terzo mondo” né sul piano salariale, né su quello dei diritti. Chi denuncia l’accordo di Pomigliano come l’apertura di una deriva “cinese” delle nostre relazioni sindacali, fa dell’allarmismo pericoloso. Dimentica che centinaia-migliaia di aziende italiane, anche medie e piccole, competono con successo sui mercati internazionali mantenendo rapporti e condizioni di lavoro da paese civile. E non riconosce i motivi e le responsabilità che hanno portato al degrado di Pomigliano.

Il fatto è che la gestione dei rapporti di lavoro in questa azienda non è stata all’altezza della sfida di garantire l’efficienza della produzione nel rispetto dei diritti, ma anche senza avallare per anni irresponsabilità e abusi come quelli dell’assenteismo. Esistono precedenti purtroppo infausti di un fallimento simile. Prodi ha ricordato in proposito (Corriere del 20 giugno u.s.) il caso dell’Alfa Romeo di Arese, dove in otto anni si sono sprecati denari pubblici per 1484 miliardi di lire, pari 3,5 miliardi di euro odierni. Fu un episodio fra i più tristi della nostra storia industriale.

Nel contesto odierno un caso simile è improponibile per un’azienda come la Fiat, che rischia grosso, nel tormentato scenario mondiale dell’industria dell’auto, come tutte le imprese esposte alla concorrenza. E non è certo correggibile con interventi pubblici. Le tentazioni di supplenze indebite da industria di stato dovrebbero essere definitivamente superate.

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