BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FIAT/ Dopo il sì al referendum, Pomigliano può diventare un nuovo “caso Toyota”?

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

L’innovazione nella gestione industriale ha quindi alte probabilità di allargarsi rapidamente a macchia d’olio a molte imprese italiane che oggi si trovano di fronte a un grande bivio decisionale: mantenere la produzione in Italia, vicino ai centri di ricerca e sviluppo, oppure spostarla in Paesi a basso costo del lavoro, ma ad alto tasso di crescita dell’economia, cioè vicino ai clienti finali. Per i “favorevoli” all’innovazione questa è un’opportunità per mantenere una cultura industriale (e la relativa ricchezza) nel nostro Paese, gli “oppositori” parlano invece di crisi delle conquiste, in termini di legislazione sul lavoro, ottenute negli ultimi decenni. È la globalizzazione che si ritorce contro chi ne ha fino a oggi goduto i benefici effetti.

 

Ma è possibile pensare di uscire da una crisi come quella che da anni sta affliggendo il nostro sistema industriale senza fare nessun sacrificio? L’Italia, per di più, ha dimostrato di non essere capace di attirare investimenti stranieri, a differenza di Francia, Olanda, Germania, UK. Un’impresa decide di investire in un Paese se ritiene di poterne trarre beneficio nel medio termine: oggi l’Italia non è attrattiva per le imprese straniere e, se non si rimettono in discussione alcuni vincoli, rischia di non esserlo più neppure per le aziende italiane che continuano a progettare da noi prodotti che devono poi essere venduti in giro per il mondo. Qualsiasi intervento volto a migliorare la produttività è quindi auspicabile non solo per il bene dell’industria automotive, ma per tutto il sistema industriale italiano.

 

In Polonia gli operai hanno una produttività molto più alta non perché lavorino in condizioni di schiavitù, ma perché hanno un’organizzazione del lavoro coerente con il modello industriale. Se l’obiettivo è la ripresa della produttività, sia gli impianti sia la manodopera devono operare in modo adeguato a raggiungere questo fine. Facendo una similitudine sempre di tipo automobilistico, è impossibile pensare che guidando in città, con continui “stop and go”, un autista al volante di un’autovettura possa ottenere la stessa efficienza di consumo che avrebbe andando in autostrada a velocità costante. Il problema della nostra industria oggi non sta né nel guidatore né nell’automobile, bensì nel creare le condizioni che permettano di mantenere una velocità il più costante possibile. Questa è in sintesi l’essenza del sistema World Class Manufacturing, da cui discendono a cascata le necessità di adeguare gli orari di lavoro, i tre turni, ecc.

 

Un ultimo punto di riflessione: non bisogna illudersi che basti il World Class Manufacturing (WCM) per risolvere i problemi di un’azienda. È necessario non perdere la capacità di innovare l’offerta, trovare soluzioni e utilizzi innovativi per i prodotti esistenti, coltivare la creatività per avere sempre una domanda da soddisfare. La riorganizzazione industriale è quindi una condizione necessaria per il successo di un’impresa, ma non è sufficiente da sola.

© Riproduzione Riservata.