Economia e Finanza
lunedì 28 giugno 2010
Ha scritto Stefano Cingolani sul sussidiario di giovedì scorso che quello di Pomigliano rischia di essere solo un pasticcio. Al di là di tutti i discorsi che si sono fatti e si stanno facendo sulla ex fabbrica Alfa dove si è svolto il fatidico referendum vinto (ma non abbastanza) dalla Fiat, la realtà è proprio questa nella sua disarmante semplicità: un piccolo o grande pasticcio, a seconda dei punti di vista o dello stato d’animo di chi giudica la vicenda.
Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, deve assolutamente mettere sul mercato, e al più presto, nuovi modelli. Le cose infatti, anche se i giornali cercano di non dirlo esplicitamente, non stanno andando bene dal punto di vista delle vendite. Passato l’effetto degli incentivi, stanno rallentando e, quello che è peggio, la quota della casa torinese si sta contraendo. Segno che la concorrenza si è fatta ancora più agguerrita, che gli altri produttori hanno lanciato modelli che sono riusciti a attrarre il pubblico, che il marketing di giapponese, tedeschi, francesi si è fatto più aggressivo.
Due episodi recenti confermano quanto la lotta fra costruttori si stia facendo dura: il gruppo Volkswagen ha acquisito il controllo dell’Italdesign di Giorgio Giugiaro, il più importante designer automobilistico italiano e forse mondiale, segno che punta con decisione al suo obiettivo di diventare il primo costruttore a livello globale, battendo la Toyota; ancora la Volkswagen è andata a creare azioni di disturbo proprio in casa Fiat: dopo averle portato via i manager Walter Da Silva (ideatore di tanti modelli) e Luca De Meo, adesso ha preso anche Giovanni Perosino, direttore del marketing dei marchi torinese che è passato, con lo stesso incarico, alla case tedesca.
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Marchionne comincia ad essere un uomo solo con tanti nemici ed una strategia che solo lui conosce fino in fondo. Dopo aver perso De Meo, Reitz, Berro, Perosino e tanti altri, perde anche Montezemolo con il suo potere politico. Decide di scorporare le attività "non automotive" in un momento in cui tutti cercano di fare sinergie accorpando. La famiglia Fiat dichiara che potrebbe non continuare ad essere il socio di riferimento. Si trova a gestire in prima persona i problemi di Termoli e Pomigliano. Ma su Pomigliano, passare da 33.000 vetture anno a 300.000, vuol dire creare un indotto di fornitori ed una fabbrica "integrata" che era presente fino a qualche anno or sono ma che oramai non esiste più. I fornitori sono scappati (TRW, KSS e molti altri) o peggio (es. ERGOM) da Pomigliano e difficilmene ritorneranno, pertanto non è pensabile raggiungere valori di produttività come in Polonia e Marchionne ne è perfettamente a conoscenza. E allora perché questo azzardo ?
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