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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. È il canto del cigno dell'euro, la prossima "bomba" scoppierà a settembre



Mauro Bottarelli


martedì 29 giugno 2010


Lasciate perdere le decisioni prese dal G20: taglio del deficit entro il 2013, mosse populistiche accessorie, incapacità di arrivare a una decisione condivisa sulla tassazione bancaria e delle transazioni finanziarie. Sono buffonate, come il 90 per cento delle conclusioni che escono da vertici simili: tanto fumo, ancor più parole e buoni propositi, ma nessun fatto.

 

La realtà, purtroppo, ce la racconta John Taylor, l'uomo che gestisce il più grande hedge fund dedicato al monetario al mondo, FX Concepts LLC di New York e che nel marzo scorso predisse - quando il dollaro era a 1,35 sull'euro - l'apprezzamento del biglietto verde fino a 1,20, il livello attuale. Raggiunto da ilSussidiario.net, Taylor - la cui azienda gestisce assets per 7,5 miliardi di dollari - non ha dubbi: «Siamo tutti, a livello globale, spaventatissimi detentori di euro. Siamo tutti qui con le dita incrociate, sperando che l'apprezzamento dell'euro possa proseguire in luglio e agosto ma questo, da un certo punto di vista, porterebbe poi a un crollo della valuta comune a causa dell'impossibile situazione economica in Europa».

 

La situazione, quindi, è quella di un potenziale rally dell'euro: lo dice chiaramente il crollo del 70 per cento dei contratti short contro la divisa comune europea al Chicago Merchantile Exchange, scesi a 49,335 nella settimana terminata il 22 giugno contro il picco 163,085 dell'8 giugno. Insomma, il livello di 1,20 non è più visto come sostegno ma come "fair value", quindi chi scommetteva pesante contro il crollo ha chiuso la posizione. Buona notizia? No.

 

Per il semplice fatto che questo significa che gli analisti presentivano una situazione da "double dip" negli Usa, una sorta di abisso che nel weekend ha visto tra gli articoli più letti del sito Cnbc.com l'intemerata di molti investitori contro Obama e le sue politiche economiche, giudicate talmente male da far definire a molti il presidente degli Usa «un uomo dalla legislatura unica».

 

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Il dipartimento del Commercio di Washington ha confermato il 25 giugno scorso che l'economia Usa sta crescendo al tasso annuale del 2,7 per cento contro il 3 per cento stimato lo scorso mese: il fatto che, nonostante i tassi che dovrà pagare, la Spagna sia riuscita a collocare con successo i suoi bond sul mercato e la contemporanea decisione dei leader Ue di rendere noti a fine luglio gli esiti degli stress test bancari, sembra aver calmato per un attimo i mercati, i quali ora si concentrano sui guai statunitensi. Se i dati di crescita dell'eurozona forniti dalla Bce miglioreranno o comunque si stabilizzeranno, i fondi torneranno a concentrarsi su investimenti a più alto rendimento e monete "cicliche": per JP Morgan, il dollaro scenderà a 92 centesimi contro il dollaro australiano e a 95 contro il dollaro canadese.

 

Insomma, se volete lanciarvi sul forex nel breve, scommettete contro il dollaro nei prossimi due mesi. Anche perché, stando a quanto dichiarato ancora da John Taylor, «questo periodo rappresenta il canto del cigno dell'euro. Il pacchetto di salvataggio Ue sta facendo pensare alle gente che ora le cose siano a posto e che anche tutto il resto, ovvero la situazione del debito, migliorerà strutturalmente. Quando a settembre la realtà ci colpirà, sarà davvero brutto. A mio avviso, l'euro entro fine anno andrà in parità con il dollaro».

 

Insomma, occorre attendere gli andamenti estivi e tenere molto sotto controllo i contratti futuro short contro l'euro a Chicago da metà agosto in poi: c'è da scommettere in un picco. E nella cliff-edge per la divisa comune europea. Ma c'è dell'altro che fa deporre a favore di un andamento simile nel breve periodo: le previsioni degli analisti di Rbs a Londra, secondo cui gli investitori devono prepararsi a un piano monstre di quantitative easing da parte della Federal Reserve, l'applicazione pedissequa di quanto scritto in quello che è un vero e proprio manuale di guerra valutaria, "Deflation: making sure it doesn't happen here", la Bibbia di Ben Bernanke.

 


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Il sunto è semplice: stimolo monetario estremo quando i tassi di interesse scendono a zero. Eccone le righe fondamentali: «Il governo statunitense ha una tecnologia, chiamata printing press, che gli consente di produrre quanti dollari desidera essenzialmente a costo zero». Bernanke ha già messo in pratica questa scelta nel 2008, pompando qualcosa come 1,75 trilioni di dollari e arrivando quasi alla cifra di 5 trilioni prima di chiudere, una dopo l'altra, le varie linee. Si pensava a un colossale una tantum, invece gli ultimi dati fanno pensare il contrario.

 

L'indicatore ECRI, il principale per l'economia Usa, è sceso a -6,9 la scorsa settimana: non era mai successo dalla fine della seconda guerra mondiale una contrazione a questi ritmi. Per Andrew Roberts, capo del credito a RBS, occorre che gli investitori leggano con molta attenzione quel testo di Bernanke, poiché «la Fed è ormai pronta a far partire il suo piano monstre di quantitative easing».

 

Insomma, la Fed potrebbe far tornare in auge le politiche degli anni Quaranta di capping per i rendimenti dei bonds attorno al 2 per cento per cause che si possono definire di forza maggiore. Per Albert Edwards di Societe Generale, «la Fed e anche le principali banche centrali saranno costrette a stampare e pompare denaro, nonostante oggi lo stiano negando e questo a causa del "casino" fiscale che sta colpendo tutto il mondo sviluppato. La risposta al turbine deflazionistico in arrivo sarà un piano per stampare moneta tale da fare divenire insignificante il quantitative easing finora posto in atto».

 

Già, la stretta fiscale: il Congresso ha deciso il taglio dei benefits per i disoccupati lasciando 1,3 milioni di persone senza supporto. La sola California taglierà la spesa quest'anno per 19 miliardi di dollari, più dei tagli combinati di Grecia, Portogallo, Irlanda, Ungheria e Romania. I vari Stati degli Usa, insieme, taglieranno le spese per 112 miliardi di dollari. La Fed, quindi, deve muoversi in anticipo per prevenire la deflazione in arrivo.

 


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Questa volta, forse, Ben Bernanke ha ragione: dovrà però convincere la fronda repubblicana al Congresso e la resistenza dei liquidadtori di Kansas, Philadelphia e Richmond Fed. Ce la farà? C'è da sperarci. Altrimenti saranno guai: la contrazione della massa monetaria M3, oltre il 5 per cento, parla chiaro. Occorre agire, altro che organizzare i G20.



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COMMENTI
29/06/2010 - Alcuni chiarimenti in merito (Elio Campagna)

La deflazione ci è nota, e sappiamo cosa significhi in caso di contrazione economica associata poi a ulteriore pressione fiscale in termini di conseguenze. La situazione è difficile. Non mi è chiaro perchè inondare di moneta possa essere un problema, compenso la sua inflazione con la deflazione. Meno chiaro è se conviene dal punto di vista valutario e come possa essere gestita? La FED si comprerà i suoi titoli? Li darà alle banche fallite? Come agisce sul territorio? Non capisco la sua conseguenza pratica nell'economia così come non credo che una banca possa dare più credito solo perchè ha più denaro a costo zero...