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FINANZA/ I nuovi dati che mettono in crisi le borse

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Ovviamente la prima opzione di risoluzione della crisi è quella infatti operativa, ovvero l’acquisto da parte della Bce dei bond governativi, politica che potrebbe portare a un aumento dell’inflazione e all’abbandono del tetto del 2% di quest’ultima come parametro. Se infatti l’ipotesi della creazione di un eurobond viene vista come molto difficile, visto che l’ombrello offerto ai vari paesi in crisi porterebbe il bund a perdere di centralità e valore, e necessiterebbe di una politica fiscale unica nell’Ue e una cessione pressoché totale di sovranità da parte dei vari Stati, l’opzione del ritorno per i cosiddetti “paesi periferici” alle loro valute precedenti, ovviamente in peg con l’euro, piace perché garantirebbe la nascita di un’unione monetaria forte, formata da paesi più o meno omogenei e non come oggi un patchwork di politiche e gestioni differenti.

 

Scrive Commerzbank: «Il default di membri individuali dell’unione monetaria potrebbe colpire i sistemi finanziari dei questi paesi e potrebbe destabilizzare l’intera unione monetaria come un effetto palla di neve. Non ci aspettiamo che i governi europei vogliano correre un rischio così alto». Non se lo aspettano ma per la prima volta lo metteno, nero su bianco, tra le quattro opzioni di un outlook ufficiale a cura del capo economista, Jorg Kramer. Fin qui, Borsa e moneta comune.

 

E le banche, per cui la Bce ha già parlato ufficialmente di altre perdite pari a 239 miliardi di dollari? Un dato su tutti, relativo al 1° giugno, vi farà capire la reale entità della situazione: il mercato per la vendita di corporate bonds ha chiuso, letteralmente chiuso, per i timori di nuove perdite da parte della banche europee portando gli investitori a concentrarsi unicamente sui bond governativi rifugio. Nessuna compagnia ha emesso bonds negli Stati Uniti l’altro ieri, nessuna, rispetto ai 2,2 miliardi di dollari di controvalore emessi il giorno dopo del Memorial Day dello scorso anno.

 

In Europa, invece, sono stati raggranellati attraverso le sottoscritture soltanto 1,35 miliardi di euro in due vendite di covered bonds contro i 6,5 miliardi dell’anno precedente. Il mercato globale delle emissioni quindi ha fallito miseramente la sua missione di ripartenza, scendendo a 70 miliardi il mese scorso, meno della metà di quanto registrato ad aprile e ai livelli dell’agosto del 2003.

 

«Emissori e banchieri d’investimento sono restii nel chiudere accordi che potrebbero molto facilmente andare male. La verità è che nessuno di noi riesce a leggere e interpretare quale sarà l’ambiente di mercato da un giorno con l’altro e questo porta tutti a operare con enorme cautela», dichiara Lon Erickson, managing director della Thornburg Investment Management.

 

Guardando al mercato dei credit default swaps, le indicazioni non sono certo più rosee. Il costo per proteggere gli emissori europei di bonds dal rischio di default ha toccato il 1° giugno il massimo da tre settimane, stando ai dati ufficiali del Markit iTraxx Financial Index, secondo cui il cds sulle principali 25 banche e assicurazioni europee è salito di 3,5 punti base a quota 177, stando ai prezzi delle 11:10 del 1° di giugno forniti da JPMorgan&Chase a Londra.

 

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