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FINANZA/ I nuovi dati che mettono in crisi le borse

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Non siamo certo al livello del cds di BP, colpita dal disastro ambientale in Louisiana, salito di 52 punti base a quota 220, ma c’è ben poco da stare allegri, anche contando quanto sta accadendo in Spagna con le mancate fusioni tra casse di risparmio e la richiesta da parte di Caja Madrid, seconda banca del paese, di altri 3 miliardi di euro dal fondo di salvataggio governativo per poter portare a termine il merger con le cinque banche regionali che languono.

 

La cifra che Caja Madrid deve rimborsare al governo spagnolo entro il 30 giugno prossimo sale quindi a 102 miliardi di euro. Il default, almeno tecnico, appare dietro l’angolo. Questo ricordando che il 22 maggio scorso Madrid ha dovuto nazionalizzare Caja Sur, una banca di forte matrice cattolica esistente da 146 anni, per strapparla al fallimento per insolvenza: siamo arrivati a questo.

 

E, dulcis in fundo, ecco il fronte cinese, una bolla immobiliare che per Li Daokui, professore alla Tsinghua University e membro del comitato monetario della Banca centrale cinese, «è molto più grave di quella vissuta con i subprime in America prima della crisi finanziaria, poiché combina alla bolla immobiliare che sta per esplodere il detonatore dello scontento sociale».

 

Se a questo uniamo il fatto che i dati manifatturieri del Dragone ci parlano chiaramente di un rallentamento della crescita - l’indice PMI compilato dalla China Federation of Logistics and Purchasing è sceso a 53,9 in maggio dal 55,7 di aprile -, capiamo che da Est potrebbe arrivare un nuovo, combinato fronte di crisi: la Cina sconta sì la bolla, ma anche un aumento del credito e un rallentamento della liquidità, oltre al ritiro delle misure di stimolo fiscale e alle misure poste in essere per scoraggiare la speculazione immobiliare.

 

Certo, un raffreddamento della sovraccaricata crescita cinese può essere un bene per le aziende cinesi che sentiranno meno la pressione dei prezzi grazie al marcato rallentamento della input inflativo, ma il rischio resta alto: se Pechino non riesce a controllare - e in fretta - la scalata dei prezzi, la pentola a pressione rischia davvero di esplodere.

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