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PENSIONI/ La vera parità uomo-donna? Un congedo famigliare pagato col Tfr

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 Un’incompatibilità dettata soprattutto dalla vigente organizzazione del lavoro dipendente, tanto pubblico quanto privato: rigida su scala quotidiana - con orari lontani dall’elasticità necessaria a chi divide le giornate tra ufficio, asili o nonni e casa - così come su quella più ampia della vita lavorativa. Chi lavora come dipendente oggi difficilmente accede alla possibilità di fermarsi per qualche anno, ad esempio per occuparsi dei figli nella prima infanzia, senza dimettersi (con la conseguente difficoltà di rientrare nel mercato del lavoro).


Concedere tempo in cambio di tempo significherebbe allora offrire la possibilità di recuperare il tempo del ritardato pensionamento durante la vita lavorativa: usufruendo di un congedo, con durata quantificabile da uno a tre anni, motivato non solo con esigenze di formazione (com’è già oggi in parte reso possibile dalla normativa), ma con il desiderio di dedicarsi personalmente alla propria famiglia.


Naturalmente la stessa facoltà, a fronte delle medesime motivazioni, va riconosciuta tanto ai dipendenti di sesso femminile quanto maschile: non solo per soddisfare la pressante istanza paritaria proveniente dall’Europa, ma per incentivare la partecipazione alla vita familiare da parte di entrambi. Per avere un effetto apprezzabile, infine, l’intervento non dovrebbe limitarsi al settore pubblico, ma, nel quadro di una più generale riforma delle pensioni anche per il settore privato, andrebbe senz’altro proposto anche in quell’ambito.

 

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COMMENTI
08/06/2010 - Altri Paesi dell'Ue insegnano, impariamo il meglio (Anna Di Gennaro)

Giuste argomentazioni, complimenti! Fa specie che nel nostro bel Paese cattolico si cerchino ancora soluzioni alla denatalità. Una buona politica familiare ha portato l'atea Francia ad un notevole aumento della natalità e a Parigi circolano famiglie numerose che mi hanno colpita. Così pure in Olanda i papà trasportano vari bimbi in bicicletta, mi dicono stupiti vari giovani. I nostri cugini d'Oltralpe però scalano un anno o due alle mamme per ogni figlio messo al mondo. Negli UK una ricerca ha dimostrato: i bambini che sono rimasti a casa - ben accuditi - fino al compimento del terzo anno d'età, hanno meno probabilità di diventare bulli durante l'adolescenza. A conti fatti stimano che convenga investire in protezione della maternità e qualcuno ha persino azzardato ad uno stipendio mensile di 750 euro. Senza nulla togliere all'apporto fondamentale dei papà, persino l'apprendimento della lingua si chiama materna. Eppure ci sono ministre che si esprimono in modo discutibile e considerano un "privilegio" non rientrare al lavoro... Ma se questo consiste in poche ore la settimana è logico che non comporti grandi cambiamenti nello stile di vita. Non ho mai ricercato la cosiddetta parità: essere donna resta profondamente diverso dall'essere uomo. Sono rimasta a casa a curare i miei figli, senza stipendio, ma con la sicurezza della progressione della carriera. Un anno per la prima figlia e due per il secondo. Rifarei la stessa scelta e - soprattutto - non mi considero privilegiata!