Economia e Finanza
martedì 8 giugno 2010
A volte ritornano. A distanza di un anno e qualche settimana dal primo monito, la Corte europea di Strasburgo ha nuovamento intimato all’Italia di equiparare l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche italiane a quella dei loro colleghi uomini, e di farlo subito - non dal 2018, come era stato già stabilito dal governo. E come l’anno scorso, c’è stato chi è tornato a proporre di subordinare l’accoglimento dell’istanza europea alla stipula di una sorta di patto pariopportunitario: poiché sono le donne a farsi maggiormente carico del lavoro di cura, con le annesse difficoltà di conciliare famiglia e lavoro, i risparmi per le casse dello Stato derivanti dal ritardato pensionamento dovrebbero essere spesi dallo stesso Stato per finanziare servizi di assistenza all’infanzia e alla famiglia. Denaro, insomma, in cambio di tempo: una versione riveduta e corretta della corrente logica risarcitoria, che a fine carriera concede più tempo alle donne per “ricambiare” le fatiche profuse durante la vita attiva nelle vesti di madri. Ma se l’attuale, apparente “riparazione” non fa che gravare ulteriormente le donne, smessi i panni delle lavoratrici, delle mansioni delle nonne (e in più le priva di anni di contributi preziosi per la maturazione della pensione), la sua versione aggiornata le obbliga di fatto ad essere lavoratrici a tempo pieno e madri a tempo perso, tra un asilo nido e una tata.
E se invece, in cambio di tempo, si concedesse tempo? Se si guarda alle difficoltà femminili nella conciliazione tra famiglia e lavoro, si scopre senza troppa fatica che il tempo resta un fattore chiave, solo parzialmente sostituibile con il denaro. Se è vero che le risorse economiche e le strutture pubbliche sono indispensabili per chi accetta di delegare la cura familiare a terzi, regolarmente stipendiati, la disponibilità di tempo resta invece fondamentale per chi preferirebbe dedicarsi personalmente ai figli e ai parenti, ma è impossibilitato a farlo per l’incompatibilità dei tempi.
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Giuste argomentazioni, complimenti! Fa specie che nel nostro bel Paese cattolico si cerchino ancora soluzioni alla denatalità. Una buona politica familiare ha portato l'atea Francia ad un notevole aumento della natalità e a Parigi circolano famiglie numerose che mi hanno colpita. Così pure in Olanda i papà trasportano vari bimbi in bicicletta, mi dicono stupiti vari giovani. I nostri cugini d'Oltralpe però scalano un anno o due alle mamme per ogni figlio messo al mondo. Negli UK una ricerca ha dimostrato: i bambini che sono rimasti a casa - ben accuditi - fino al compimento del terzo anno d'età, hanno meno probabilità di diventare bulli durante l'adolescenza. A conti fatti stimano che convenga investire in protezione della maternità e qualcuno ha persino azzardato ad uno stipendio mensile di 750 euro. Senza nulla togliere all'apporto fondamentale dei papà, persino l'apprendimento della lingua si chiama materna. Eppure ci sono ministre che si esprimono in modo discutibile e considerano un "privilegio" non rientrare al lavoro... Ma se questo consiste in poche ore la settimana è logico che non comporti grandi cambiamenti nello stile di vita. Non ho mai ricercato la cosiddetta parità: essere donna resta profondamente diverso dall'essere uomo. Sono rimasta a casa a curare i miei figli, senza stipendio, ma con la sicurezza della progressione della carriera. Un anno per la prima figlia e due per il secondo. Rifarei la stessa scelta e - soprattutto - non mi considero privilegiata!
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