BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SCENARIO/ Basta una legge a "convertire" i nemici dell’impresa?

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Credo però che molti potrebbero cambiare le loro opinioni ascoltando gli imprenditori, andando a vedere le loro fabbriche o i loro uffici. Non bastano le analisi, pur utili, prodotte dai vari organi di rappresentanza del sistema delle imprese: occorre, secondo me, andare a vedere le singole imprese per capire bene di che parlano, quando dicono che fanno fatica a lavorare perché le condizioni di contesto in cui operano non sono facilitanti.

 

Qualche anno fa ricordo che gli onorevoli Bersani e Letta fecero un lungo giro presso i distretti italiani: magari poi non sono riusciti a tradurre ciò che hanno visto in proposte, ma il metodo è quello giusto. Così come stanno facendo alcuni parlamentari e amministratori leghisti che, prima di formulare proposte, semplicemente chiedono agli imprenditori di che hanno bisogno.

 

E così stanno facendo l’on. Vignali e gli altri parlamentari che hanno presentato la proposta di legge che, lo si capisce leggendo l'articolo di Vignali di lunedì proprio su ilsussidiario.net, nasce da una consapevolezza chiara della realtà. Incidentalmente, l’azione dei giornalisti può facilitare questa conoscenza diretta: il vasto lavoro condotto da Dario Di Vico sul Corriere della Sera assume come metodo proprio quello di andare a vedere, di descrivere, prima che di commentare.

 

Ma supponiamo pure che si “converta” un numero sufficiente di oppositori e si arrivi rapidamente all'approvazione della proposta di legge, mentre magari su un binario parallelo viaggia la proposta di modifica costituzionale. Non sarà sufficiente, perché poi occorrerà ottenere la collaborazione di almeno altri due attori: gli uomini e le donne degli uffici della pubblica amministrazione, che quotidianamente prendono decisioni che riguardano le imprese, e i magistrati che devono poi talvolta entrare nel merito di alcune scelte fatte dagli imprenditori.

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA  >> QUI SOTTO


COMMENTI
09/06/2010 - qual è l'inghippo? (massari annalisa)

Egregio Professore, La informo che nella scuola nessuno è nemico dell'impresa, anzi! Si insegna ai ragazzi che là dove l'impresa prospera il reddito pro capite aumenta, che dove crescono le aziende si crea un indotto che crea ricchezza, un "moltiplicatore" virtuoso e positivo. Può facilmente verificare quanto affermo leggendo i libri di testo di varie edizioni di "Diritto e economia": non troverà che questo nei capitoli che trattano l'argomento. La realtà invece ci dice che molti imprenditori,per esempio, da diversi anni a questa parte, spostano interi settori produttivi all'estero per risparmiare sul costo del lavoro. Ma questi particolari ai nostri ragazzi, che hanno magari i genitori cassintegrati, neanche li diciamo...per non indurre sfiducia in un futuro già sufficientemente denso di precarietà. E poi, siccome insegno anche elementi di Diritto Costituzionale, gentilmente mi vuole spiegare perchè ritenete necessario snaturare l'aspetto cristiano e sociale della solidarietà e del bene comune (funzione sociale della proprietà), del rispetto dell'altro contenuto nell'art. 41 Cost.? O non è stato possibilissimo liberalizzare i parafarmaci e il commercio senza toccare le Costituzione???? Qual è l'inghippo? Nemmeno i romani consentivano lo "jus abutendi" della proprietà privata, vogliamo farlo noi nel terzo millennio?

 
09/06/2010 - Finalmente (ALESSANDRO COCCI)

Leggo con piacere un articolo che a mio avviso centra il problema. Sono un piccolo imprenditore toscano immerso totalmente nella crisi. Condivido in pieno questa analisi, perchè solo entrando fisicamente e periodicamente nelle singole realtà industriali gli uomini della pubblica amministrazione e i rappresentanti di categoria possono capire, sentire, discutere e porre in atto delle misure efficaci alla salvaguardia del tessuto produttivo. Le fabbriche sono i pilastri della nostra società industriale e come tali devono essere salvaguardati. Il posto di lavoro va salvato dov'è, devono essere mantenute in piedi quelle fabbriche dove si è investito, si crede ancora nel lavoro. Adesso questo è compito delle istituzioni e per poterlo espletare devono entrare in contatto diretto con le singole realtà per intervenire dove è giusto che si faccia per evitare il disastro sociale. Le risorse umane e le competenze non mancano: mi riferisco alle Camere di Commercio, le Province, le associazioni degli industriali e degli artigiani, i sindacati. Adesso è il momento che tutto questo esercito di funzionari entri nelle fabbriche e si facciano delle valutazioni oggettive sulle singole situazioni in modo che le strutture siano aiutate a rimanere aperte. La cassa integrazione serve solo temporaneamente ed è a fondo perduto. Il mantenimento delle strutture produttive invece è un investimento per il futuro che avrebbe sicuramente un effetto positivo sulla ripresa. Alessandro Cocci