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SCENARIO/ Basta una legge a "convertire" i nemici dell’impresa?

In Italia serve una rifondazione culturale che riconosca agli imprenditori e ai lavoratori che collaborano con loro un valore positivo, utile a fini sociali. Il commento di GUIDO CORBETTA

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

La rivoluzione, forte e originale, proposta dal presidente Berlusconi e dal ministro Tremonti, che ruota attorno alla proposta di modifica dell’articolo 41 della Costituzione, risponde certamente a un bisogno sentito dalle centinaia di migliaia di imprenditori che lavorano senza sosta insieme ai milioni di impiegati e operai che collaborano con loro per produrre ricchezza per tutti.

 

Il bisogno è quello di concentrarsi sull'innovazione, la produzione, la vendita dei prodotti o servizi, i pagamenti e gli incassi, senza perdere troppo tempo per adempimenti burocratici. Un po’ di tempo è fisiologico, perché comunque alcuni adempimenti sono necessari sia per dare prova di rispettare le leggi che per migliorare l’ordine della gestione aziendale. Ma, è fin superfluo scriverlo, in Italia gli imprenditori e i loro dipendenti ne perdono una quantità esorbitante.

 

Il dubbio è che la revisione di una legge costituzionale richiederebbe un tempo più lungo della approvazione della proposta di legge “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese” sostenuta dall’on. Vignali e da altri 130 parlamentari.

 

Il meglio può essere nemico del bene e allora, pur se forse la proposta di revisione costituzionale potrebbe sancire con maggior forza un cambiamento culturale necessario a distanza di oltre 60 anni dalla stesura della nostra Carta costituzionale, mi parrebbe più ragionevole accelerare il più possibile l’iter della proposta Vignali per arrivare in tempi rapidi a rendere più facile la vita degli imprenditori e dei lavoratori impegnati nelle piccole (e medie e grandi) imprese.

 

Per arrivare all'approvazione di tale proposta di legge, senza snaturarla, occorre snidare i nemici delle imprese e, dunque, i nemici degli imprenditori e degli impiegati e operai che lavorano con loro. Ho l’impressione che alcuni oppositori non siano “convertibili”, perché agiscono sulla base di un pregiudizio che nega la realtà: purtroppo questi vanno solo messi in minoranza.

 

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COMMENTI
09/06/2010 - qual è l'inghippo? (massari annalisa)

Egregio Professore, La informo che nella scuola nessuno è nemico dell'impresa, anzi! Si insegna ai ragazzi che là dove l'impresa prospera il reddito pro capite aumenta, che dove crescono le aziende si crea un indotto che crea ricchezza, un "moltiplicatore" virtuoso e positivo. Può facilmente verificare quanto affermo leggendo i libri di testo di varie edizioni di "Diritto e economia": non troverà che questo nei capitoli che trattano l'argomento. La realtà invece ci dice che molti imprenditori,per esempio, da diversi anni a questa parte, spostano interi settori produttivi all'estero per risparmiare sul costo del lavoro. Ma questi particolari ai nostri ragazzi, che hanno magari i genitori cassintegrati, neanche li diciamo...per non indurre sfiducia in un futuro già sufficientemente denso di precarietà. E poi, siccome insegno anche elementi di Diritto Costituzionale, gentilmente mi vuole spiegare perchè ritenete necessario snaturare l'aspetto cristiano e sociale della solidarietà e del bene comune (funzione sociale della proprietà), del rispetto dell'altro contenuto nell'art. 41 Cost.? O non è stato possibilissimo liberalizzare i parafarmaci e il commercio senza toccare le Costituzione???? Qual è l'inghippo? Nemmeno i romani consentivano lo "jus abutendi" della proprietà privata, vogliamo farlo noi nel terzo millennio?

 
09/06/2010 - Finalmente (ALESSANDRO COCCI)

Leggo con piacere un articolo che a mio avviso centra il problema. Sono un piccolo imprenditore toscano immerso totalmente nella crisi. Condivido in pieno questa analisi, perchè solo entrando fisicamente e periodicamente nelle singole realtà industriali gli uomini della pubblica amministrazione e i rappresentanti di categoria possono capire, sentire, discutere e porre in atto delle misure efficaci alla salvaguardia del tessuto produttivo. Le fabbriche sono i pilastri della nostra società industriale e come tali devono essere salvaguardati. Il posto di lavoro va salvato dov'è, devono essere mantenute in piedi quelle fabbriche dove si è investito, si crede ancora nel lavoro. Adesso questo è compito delle istituzioni e per poterlo espletare devono entrare in contatto diretto con le singole realtà per intervenire dove è giusto che si faccia per evitare il disastro sociale. Le risorse umane e le competenze non mancano: mi riferisco alle Camere di Commercio, le Province, le associazioni degli industriali e degli artigiani, i sindacati. Adesso è il momento che tutto questo esercito di funzionari entri nelle fabbriche e si facciano delle valutazioni oggettive sulle singole situazioni in modo che le strutture siano aiutate a rimanere aperte. La cassa integrazione serve solo temporaneamente ed è a fondo perduto. Il mantenimento delle strutture produttive invece è un investimento per il futuro che avrebbe sicuramente un effetto positivo sulla ripresa. Alessandro Cocci