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CRISI/ Zamagni: non tutti piangono, c’è anche chi guadagna più di prima

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Una serie di riforme, tra cui l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Molti economisti non la considerano opportuna, ma secondo me è una misura giusta. Inoltre occorre stabilire una volta per tutte che l’interesse economico di un’azienda non è solo degli shareholders, cioè degli azionisti, ma di tutti coloro che concorrono a quell’impresa (stakeholders), a cominciare dai lavoratori e il territorio. Infine, un’azione sulle agenzie di rating per renderle veramente indipendenti, non legate alle banche al punto che, se queste ultime pagano bene, le agenzie emettono su di loro un buon giudizio, come avvenuto in questa crisi.


Un anno fa veniva pubblicata l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. A 12 mesi di distanza, quale bilancio si sente di fare?


Nessuna enciclica a livello “pubblicistico” ha ricevuto un’accoglienza pari a questa. Padre Salvini de La Civiltà Cattolica ha censito oltre 6.500 conferenze in tutto il mondo dedicate a questa enciclica. Io ne potrei citare numerose cui ho partecipato in prima persona: l’università di Princeton o quella di Chicago, naturalmente non cattoliche, hanno organizzato dei seminari di studio ad hoc. In Italia sono stato in 53 diocesi a parlare di questo documento. Nei primi 5 mesi di pubblicazione la Caritas in veritate è stata il libro di saggistica più venduto in Italia: mai accaduto niente di simile prima con un testo papale. Anche la stampa vi ha dedicato molta attenzione. Sul versante della traduzione dell’enciclica nella pratica bisogna aspettare, perché per questo ci vuole tempo. L’enciclica di Benedetto XVI è molto innovativa e da molti non è stata capita, appunto perché introduce una nuova categoria di pensiero: accanto allo Stato e al mercato, nell’economia deve essere introdotto un altro elemento, un terzo pilastro, ovvero il concetto di dono e di gratuità. Nemmeno Giovanni Paolo II era arrivato a tanto, perché egli aveva suggerito che il contributo extra-mercantile si limitasse alla Chiesa, alla famiglia, all’associazionismo. Questo Papa invece dice che la gratuità deve entrare nell’agire economico normale. E guarda caso i grandi gruppi massonici hanno giurato al Papa di fargliela pagare, come si è visto. Per i non credenti è impossibile pensare di fare economia in una logica di dono: per loro è una bestemmia. In pratica il Papa sostiene che il dono non va limitato all’offerta, ma anzi diventa una sfida economica, per esempio con le banche di credito cooperativo. Queste fanno atti gratuiti dentro la loro normale attività finanziaria, non con la beneficenza a fine anno, come le banche speculative.


Nel convegno di Verona promosso dalla Cei sulla finanza, lei ha dichiarato che prima del welfare «bisogna riformare la finanza per renderla più pluralistica». Come attuare questo intendimento?

 

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