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J’ACCUSE/ Ma quale acqua privata, ecco le bufale degli organizzatori del referendum

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Non è un obbligo, quindi, ma un’opzione che i comuni possono seguire se non vogliono fare la gara. Ma perché non dovrebbero farla, poi? Non c’è la minima possibilità che una buona azienda pubblica perda la gara a casa sua. Da cittadino, io mi sento più tutelato se la scelta viene motivata in modo trasparente. Le virtù del pubblico non si possono proclamare in modo apodittico, ma vanno dimostrate con i fatti e con i numeri. Dunque, perché averne paura?

 

Una volta rassicurati i cittadini sul fatto che la privatizzazione è un’opportunità e non un obbligo, bisogna discutere riguardo ai vantaggi e svantaggi che possono derivare da questa opportunità. Anche in questo caso, circolano leggende secondo cui la privatizzazione rappresenterebbe una mercificazione di un bene fondamentale, una svendita del bene comune ai “mercanti”. Ma si tratta, ancora una volta, di una semplificazione grossolana.

 

Alcuni pensano: siccome il privato deve fare profitti, le tariffe aumenteranno, e i cittadini pagheranno di più per avere qualcosa che già gli appartiene. È un ragionamento del tutto scorretto. Un conto è “chi gestisce”, un altro “chi paga” (la fiscalità generale o la tariffa). La gente deve sapere che le tariffe aumentano perché i costi che prima erano a carico della fiscalità generale ora devono essere coperti in altro modo, finanziando gli investimenti attraverso il mercato. Chiunque sia il gestore.

 

La cosa è molto semplice. La città ha bisogno di un idraulico per far funzionare le sue infrastrutture. A volte ce l’ha in casa, a volte no. E dunque, sceglierà la soluzione che reputa più adatta alle sue esigenze, confrontando le opzioni che ha di fronte.

 

Chiunque sia l’idraulico, servono i pezzi di ricambio, per rinnovare un’infrastruttura vetusta e completare le tante parti che ancora mancano. Costano 60 miliardi di euro. Sono tanti soldi, anche perché negli ultimi 20 anni abbiamo perso tempo in chiacchiere, mentre la rete perdeva pezzi e le direttive europee incalzavano. I nostri fiumi sono ancora lontanissimi dai traguardi europei, mentre nella Senna e nel Tamigi sono tornati i salmoni. Queste sono le emergenze nazionali, altro che l’acquedotto (bene o male, l’acqua nelle case arriva quasi dappertutto).

 

La finanza pubblica questi soldi non li ha. Il mercato è disposto a darceli, ma pretende di riaverli indietro e vuole interlocutori credibili. Per ottenere credito, qualunque azienda, pubblica o privata non fa differenza, deve coprire i costi con i ricavi, lasciando un margine per ripagare i debiti. Fa qualche decina di euro all’anno pro capite.

 

Una volta garantito che le gestioni rispettino l’economia aziendale, la proprietà fa poca differenza, così come lo strumento tecnicamente usato per finanziarsi: obbligazioni o mutui, capitale proprio o di terzi.

 

In questo contesto, la casacca del gestore è un tipico falso problema. Nessuno mette in discussione il fatto che il servizio idrico sia un diritto fondamentale dei cittadini, chiunque sia il gestore. La scelta va fatta valutando quale assetto sia meglio in grado di garantire questo diritto dei cittadini alle condizioni migliori, nel rispetto dell’equilibrio delle aziende e delle garanzie per i finanziatori.

 

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COMMENTI
01/07/2010 - IL GENE DELLA CORRUZIONE (2) (celestino ferraro)

IL GENE DELLA CORRUZIONE ... anche in Cina, i corrotti sono quel tarlo fagocitatore che insidia il normale funzionamento dello Stato. E non è una scoperta dei nostri tempi, già dall’antichità la corruzione ha esercitato le sue arti malefiche inficiando il potere legittimo dello Stato con ruberie effettuate all’ombra del potere. Dalle “Filippiche” di Demostene, a Cicerone con le “Verrine” e “le Catilinarie”, il mondo antico ci lascia ampi esempi della corruttela dilagante; Emile Zola, con il suo “J’accuse”, scritto su “L’Aurore”, additò all’opinione pubblica il comportamento corrotto della classe militare in combutta con il potere civile. Matteotti perdé la vita per aver denunziato in Parlamento i disegni oscuri del fascismo. Fino ai nostri Falcone e Borsellino, martiri sacrificali dell’onestà che invano si oppose alle miserabili trame della malavita e del malaffare. Che fare? Vigilare! stare sempre col fucile spianato pronti a fare fuoco sul cialtrone che approfitta del potere per derubare il popolo dei suoi averi. Celestino Ferraro

 
01/07/2010 - IL GENE DELLA CORRUZIONE (celestino ferraro)

Una riflessione, en passant, sulla cronaca che quotidianamente “l’informazione” (stampa e radiotelevisione, internet) ci mette a disposizione, c’induce a considerazioni che non potremmo non fare solo se fossimo degl’inetti o dei complici. In tutto il mondo civilizzato, politicamente democratico o autocratico, l’insidia perenne che mina la legittimità del potere è la disonestà dei politicanti che esercitano il potere. Non c’è Paese, Nazione, Governo della cosa pubblica, che non alimenti al suo interno quel tarlo fagocitatore che divora il denaro comunque reperito. È una patologia del sistema o è geneticamente insito nella natura umana questa fagocitosi che ingurgita i beni appartenenti alla collettività? Sarà questo il motivo per il quale, il barone Montesquieu, celeberrimo autore “De l’esprit des lois”, teorizzava i poteri della democrazia bilanciati e interdipendenti, atti a controllare e ad essere controllati. Potere Esecutivo, Legislativo, e l’Ordine Giudiziario, tre momenti della democrazia, interdipendenti ma intimamente legati per quella funzione che potrà garantire a ciascuno il godimento dei diritti costituzionali. Resta sempre, tuttavia, che malgrado ogni accorgimento tecnico, la folla di vessatori che approfitta del potere per arricchirsi è spropositata e non c’è pena che tenga che possa indurre i corrotti ad astenersi dalla corruzione. In Cina, la severità del regime autocratico, condanna a morte i corrotti, malgrado ciò,