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Economia e Finanza

J’ACCUSE/ Ma quale acqua privata, ecco le bufale degli organizzatori del referendum

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Le gestioni pubbliche funzionano bene in molti paesi, dagli Usa all’Olanda: ma solo quando funzionano come aziende, coprendo i costi con le tariffe (e infatti le tariffe in questi paesi sono ben più alte delle nostre). Il fatto che le gestioni siano pubbliche non impedisce loro all’occorrenza di attivare forme di partenariato. Ma anche il privato sa funzionare altrettanto bene, se si trova di fronte una controparte pubblica. D’altra parte, troviamo molti esempi di cattiva privatizzazione, come di cattiva gestione pubblica.

 

Non esistono bacchette magiche e soluzioni migliori in assoluto; ma alcuni paletti vanno messi. Primo: nessun arretramento sul fatto che il servizio idrico è funzionale a un diritto dei cittadini, ed è responsabilità pubblica garantirlo. Secondo, che “diritto all’acqua” non significa “diritto all’acqua gratis”, perché i servizi costano. Terzo, che le aziende funzionano quando fanno le aziende e trattano il servizio idrico per quello che è, ossia un’attività industriale di rilevanza economica, e si organizzano di conseguenza. Quarto, che la proprietà non fa la differenza, mentre la fa, eccome, la qualità del sistema di regolazione, la qualità della partecipazione dei cittadini alle decisioni, la responsabilizzazione piena degli attori, la concorrenzialità tra le soluzioni possibili.

 

L’esercizio del monopolio della gestione deve essere attentamente sorvegliato e disciplinato dallo stato. È nella debolezza degli istituti regolatori il vero punto debole del Decreto Ronchi, su cui è necessario incalzare il legislatore.

 

Insomma: nessuno vuole vendere la mamma, come insinuavano i banchetti della campagna referendaria. Semmai, la verità è che verso questa mamma siamo così avari dal negarle pochi spiccioli per rifarsi il guardaroba e curarsi gli acciacchi.

 

Ben venga il referendum se serve ad aprire un dibattito serio e se stimolerà la costruzione di una legge che permetta alle aziende di funzionare, completando il sistema con una regolazione pubblica forte e autorevole. Guai, invece, se si resterà impantanati nella questione pubblico sì - privato no, o peggio se passerà lo slogan “acqua gratis”.

 

Dio ci ha donato l’acqua, ma non i tubi. Non è la borsa che va all’acqua attratta dall’oro blu. È semmai l’acqua che va alla borsa, alla disperata ricerca di capitali per finanziare investimenti che non possono attendere ancora a lungo, e che la finanza pubblica non si può permettere.

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COMMENTI
01/07/2010 - IL GENE DELLA CORRUZIONE (2) (celestino ferraro)

IL GENE DELLA CORRUZIONE ... anche in Cina, i corrotti sono quel tarlo fagocitatore che insidia il normale funzionamento dello Stato. E non è una scoperta dei nostri tempi, già dall’antichità la corruzione ha esercitato le sue arti malefiche inficiando il potere legittimo dello Stato con ruberie effettuate all’ombra del potere. Dalle “Filippiche” di Demostene, a Cicerone con le “Verrine” e “le Catilinarie”, il mondo antico ci lascia ampi esempi della corruttela dilagante; Emile Zola, con il suo “J’accuse”, scritto su “L’Aurore”, additò all’opinione pubblica il comportamento corrotto della classe militare in combutta con il potere civile. Matteotti perdé la vita per aver denunziato in Parlamento i disegni oscuri del fascismo. Fino ai nostri Falcone e Borsellino, martiri sacrificali dell’onestà che invano si oppose alle miserabili trame della malavita e del malaffare. Che fare? Vigilare! stare sempre col fucile spianato pronti a fare fuoco sul cialtrone che approfitta del potere per derubare il popolo dei suoi averi. Celestino Ferraro

 
01/07/2010 - IL GENE DELLA CORRUZIONE (celestino ferraro)

Una riflessione, en passant, sulla cronaca che quotidianamente “l’informazione” (stampa e radiotelevisione, internet) ci mette a disposizione, c’induce a considerazioni che non potremmo non fare solo se fossimo degl’inetti o dei complici. In tutto il mondo civilizzato, politicamente democratico o autocratico, l’insidia perenne che mina la legittimità del potere è la disonestà dei politicanti che esercitano il potere. Non c’è Paese, Nazione, Governo della cosa pubblica, che non alimenti al suo interno quel tarlo fagocitatore che divora il denaro comunque reperito. È una patologia del sistema o è geneticamente insito nella natura umana questa fagocitosi che ingurgita i beni appartenenti alla collettività? Sarà questo il motivo per il quale, il barone Montesquieu, celeberrimo autore “De l’esprit des lois”, teorizzava i poteri della democrazia bilanciati e interdipendenti, atti a controllare e ad essere controllati. Potere Esecutivo, Legislativo, e l’Ordine Giudiziario, tre momenti della democrazia, interdipendenti ma intimamente legati per quella funzione che potrà garantire a ciascuno il godimento dei diritti costituzionali. Resta sempre, tuttavia, che malgrado ogni accorgimento tecnico, la folla di vessatori che approfitta del potere per arricchirsi è spropositata e non c’è pena che tenga che possa indurre i corrotti ad astenersi dalla corruzione. In Cina, la severità del regime autocratico, condanna a morte i corrotti, malgrado ciò,