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FIAT/ Con il “patto” di Pomigliano l’americano Marchionne sfida la lontana Cina

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Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)  Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Andarsene dall’Iraq e ridurre l’impegno militare, una chimera; tagliare le unghie ai banchieri rapaci, un sogno; ridare respiro alla produttività e al Pil americano, difficilissimo. È troppo sperare che siano gli Stati Uniti a riscrivere le regole della globalizzazione in un senso più attento ai diritti dell’uomo, più rispettoso delle conquiste del welfare, più sensibile verso le necessità dei meno fortunati?

 

Sì, è proprio troppo. Anche perché la Cina, principale creditrice degli Stati Uniti nonché principale beneficiaria dei “vantaggi” (apparenti sul lungo termine, ma forti nell’immediato) di questa “deregulation” folle che ha condotto all’attuale modello di globalizzazione, non ha alcuna intenzione di cambiare le regole che l’avvantaggiano. L’Europa può prendere l’iniziativa, e per certi temi Sarkozy e la Merkel l’hanno fatto, ma poi l’iniziativa europea si arena nella traversata dell’Atlantico.

 

Allora, di realistico, c’è solo l’attesa che le cose cambino proprio là dove oggi affluiscono i vantaggi della globalizzazione. Che siano i sindacati cinesi a riprendere il filo della civiltà, come sembra che finalmente abbiano iniziato a fare. È la loro mano che deve riscrivere le regole, consapevole di ridurre i vantaggi competitivi, ma decisa a farlo visto che non arrivano nelle tasche dei loro rappresentati, ma si fermano in quelle degli oligarchi.

 

Però, come siamo messi male, noi occidentali: ridotti a sperare che siano i cinesi poveri a difenderci dall’avidità dei cinesi ricchi che abbiamo assecondato e coccolato in ogni modo!



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