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Economia e Finanza

MANOVRA/ Quanto costeranno all’Italia le idee di Tremonti?

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Non è il massimo, in termini di equità o per la fama del ministro del Welfare che ci fa la figura del Pinocchietto. Ma, come sa ogni buon consigliere del Principe, il fine giustifica i mezzi: erano in molti a sostenere che un aumento dell’età pensionabile fosse necessario, anche se tra questi non figurava Tremonti, pronto a giurare fino all’ultimo che le pensioni non andavano toccate.

 

Alla fine, sono stati accontentati perché il gioco delle finestre mobili si tradurrà proprio in questo. C’è voluto un colpo di mano, giustificato al solito dalla situazione di emergenza, a scapito della democrazia e dell’equità, perché in questo modo vengono toccate solo alcune classi demografiche. Ma un procedimento meno squilibrato, vedi un anticipo del sistema contributivo agli inizi degli anni Duemila, non sarebbe stato possibile, data l’opposizione congiunta di fasce irresponsabili del centro destra e del centro sinistra.

 

Valla a capire, poi, la politica italiana. Il conflitto più aspro ha diviso Roberto Formigoni, da quattro legislature punto di forza del Pdl nella regione più importante e fedele d’Italia, da Giulio Tremonti e la Lega, da sempre sua fedele supporter. Il motivo, in termini contabili, è di facile lettura: in termini assoluti la Lombardia, che già devolve al Sud la fetta più rilevante dei trasferimenti (50 miliardi, secondo il politologo Luca Ricolfi) all’interno del Bel Paese, risulta essere la regione più penalizzata alla luce di scelte che, per colmo di ingiustizia, non premiano le amministrazioni più virtuose.

 

Il federalismo, alla luce dello stop a larga parte dei trasferimenti, risulta ridimensionato ancor prima di partire. È legittimo, a questo punto, nutrire il sospetto che dietro le ragioni contabili si nasconda un ben preciso conflitto politico tra le varie anime della maggioranza che Silvio Berlusconi fatica a controllare (o, secondo i più maligni, forse alimenta secondo la logica del divide et impera).

 

In mezzo a tutto questo si ha comunque la sensazione che il federalismo fiscale rischi di diventare ben poca cosa. Vero è che la burocrazia regionale è fonte di sgravi sprechi ma lo è altrettanto il fatto che le materie di competenza regionale (sanità, istruzione, finanziamenti europei) sono oggetto di fortissima invadenza dello Stato centrale nella determinazione delle funzioni. E non è per niente sicuro che il federalismo di là da venire voglia o possa eliminare i doppioni che prosperano nel sottobosco nazionale e locale.

 

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