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CRISI/ Io liberista dico che solo lo Stato ci può salvare dalla recessione

Pubblicazione:giovedì 15 luglio 2010

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Il costo del denaro quindi aumenta e chi prima si era indebitato (imprese e famiglie) ora si trova nella difficile situazione di dover pagare rate molto più salate e di dover pareggiare i conti alla fine del mese. E per pareggiarli, si rende necessaria la vendita forzata di investimenti e attività immobiliari, nonché la riduzione dei propri consumi. Perché nel frattempo, man mano che i tassi salivano, i redditi per le imprese e le famiglie non aumentavano più che proporzionalmente. Anzi.

 

In un sistema economico in cui tutti gli operatori sono stati portati a comportarsi nella stessa maniera, il primo sintomo della malattia che stiamo cercando è una vorticosa spirale deflazionistica: ovvero, tutti cercano di vendere allo stesso momento le loro attività nel tentativo di ridurre il proprio grado d’indebitamento. C’è chi vi riesce più in fretta, c’è chi invece tentenna ed entra in una modalità che definirei di “minimizzazione dei debiti”. Ma la costante è che i prezzi calano. E non smettono di farlo.

 

L’obiettivo è ora quello di mandare avanti la baracca e di concentrare tutte le risorse per ridurre l’enorme peso di debiti e di passività. I prezzi dei vari beni continuano a scendere, perché la domanda aggregata in questa modalità non è molto forte: le imprese hanno la necessità di migliorare i propri bilanci, perché così non si va altrimenti da nessuna parte (salvo fallire) e quindi non investono. Le famiglie - che derivano il proprio reddito da quelle imprese che temporaneamente non stanno più perseguendo la consueta massimizzazione del profitto, e che quindi stanno licenziando i propri dipendenti per sistemare i conti - si trovano dal canto loro a dover affrontare una situazione molto difficile, dove la priorità non è più consumare, bensì sopravvivere.

 

In questo scenario da depressione, la prima reazione delle banche centrali è quella di fare subito retromarcia, riportando il costo del denaro a livelli bassissimi, quasi nulli, nel vano tentativo di stimolare l’economia. L’aspettativa, infatti, è che le imprese e le famiglie tornino a prendere a prestito e quindi a investire e a consumare. Ma ciò non può accadere, perché tutti in questo mondo sono nella modalità di “minimizzazione dei debiti”. Ed essendo razionali, né le imprese né le famiglie cadono più nel tranello.

 

A ciò aggiungiamo pure un effetto collaterale della malattia (ma di enorme importanza): le banche che facevano i prestiti - e che quindi trasmettevano la politica monetaria - ora devono rientrare dalle proprie esposizioni. Ma cosa capita? Che molte imprese e molte famiglie, nonostante operino in una nuova “modalità”, finiscono comunque gambe all’aria e falliscono. Le banche entrano quindi in possesso dei loro beni, ma a loro volta sono costrette a venderli (a sconto) per rientrare dalle sofferenze.

 

Moltiplicate questo effetto collaterale per innumerevoli volte e scoprirete che le banche commerciali, nonostante le banche centrali abbiano abbassato il costo del denaro, si trovano in estrema difficoltà: il loro stato patrimoniale si è danneggiato e quindi non sono più in grado di fare prestiti come una volta. Anche loro sono malauguratamente entrate nella modalità di “minimizzazione dei debiti”.

 

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