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DIBATTITO/ Il referendum sull’acqua fermerà sprechi e inefficienze?

Ieri sono stati presentate alla Corte di Cassazione le firme raccolte per i referendum sull’acqua. ANTONIO CALABRESE spiega i problemi che restano aperti in questo settore

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Il tema della cosiddetta (impropriamente, a mio parere) “privatizzazione” dell’acqua - che ha portato alla raccolta di oltre un milione di firme (presentate ieri alla Corte di Cassazione) a sostegno di tre quesiti referendari per modificare le attuali norme in materia di servizio idrico introdotte con il decreto Ronchi - è estremamente delicato. In questo senso una discussione che parta da posizioni preconcette a favore o contro non aiuta a comprenderne la complessità, né tantomeno a trovare soluzioni.

 

Quella a cui ci troviamo di fronte, invece, è proprio una battaglia tra due visioni contrapposte, antitetiche: da un lato, chi ritiene che un bene comune, primario, indispensabile come l’acqua debba avere una gestione esclusivamente pubblica; dall’altro, chi invece, in nome di una visione liberista e del principio di sussidiarietà, pensa che anche una risorsa così preziosa possa essere gestita da privati.

Non credo che la questione possa ridursi a essere totalmente d’accordo con l’una o con l’altra scuola di pensiero, anche perché, sul tema specifico, di entrambe si possono trovare applicazioni concrete sia positive che negative. Credo piuttosto che vada cercata e trovata una sintesi.

È indubbio che per un bene fondamentale come l’acqua l’accesso e l’utilizzo debbano essere garantiti a tutti i cittadini, ma una gestione mista pubblico-privata, oppure anche solo privata, non negherebbe questo diritto, sancito peraltro negli articoli di cui si chiede l’abrogazione.

Non si tratterebbe infatti di una privatizzazione in senso stretto: la proprietà delle infrastrutture, degli acquedotti, delle fognature, degli impianti di depurazione, resterebbe in mano pubblica, così come l’indirizzo e il controllo amministrativo, e dunque anche la formazione delle tariffe. Ai soggetti privati o misti pubblico-privato verrebbe affidata solo la gestione del servizio pubblico.

Questo sarebbe un danno per l’utente? Dipende. A fronte di un’integrazione del ciclo idrico in cui la captazione, il trattamento e la distribuzione nonché la raccolta e la depurazione delle acque reflue vengano gestite in modo corretto, sinergico, con economie di scala e costi di gestione adeguati, ciò potrebbe essere al contrario un vantaggio, perché darebbe una forte spinta a eliminare le inefficienze e, forse, a potenziare gli investimenti. Ciò nell’ipotesi - non sempre vera, purtroppo - che una buona gestione porti con sé migliori servizi e costi più bassi per l’utente, e non soltanto vantaggi economici per gli azionisti.

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