Economia e Finanza
martedì 20 luglio 2010
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La settimana decisiva per il settore bancario europeo è finalmente arrivata. Il 23 luglio finirà la pantomima delle indiscrezioni e verranno resi noti i risultati degli stress tests voluti dall’Ue: cosa penso al riguardo lo sapete, avendo dedicato all’argomento due articoli la scorsa settimana.
Certamente ci saranno, a prescindere dai risultati (scontati), reazioni dei mercati, ma il problema, a oggi, appare più grave: ovvero, la situazione macro dell’eurozona, un qualcosa non calcolato negli stress tests che, d’altronde, non tengono nemmeno conto del rischio di default sul debito sovrano degli Stati.
Chi sta cercando di guidare l’Unione fuori dalla crisi, infatti, sembra non sapere che la crescita cinese, per tutti il volano a cui agganciarsi, sta rallentando e non poco rispetto alle stime irrealistiche del 10% avanzate a inizio anno e che gli Usa stanno per entrare nella seconda fase di cosiddetta “big slump” (grossa caduta), situazione ampiamente annunciata dal crollo, registratosi la scorsa settimana, dell’indice ECRI, principale indicatore dell’economia Usa, sceso a -9,8.
Un simile risultato, per la quasi totalità degli analisti, significa una cosa sola: la fine del rimbalzo V-shaped, “a v”, ovvero risalita-crollo-risalita. Normalmente questo risultato anticiperebbe un periodo di recessione entro tre mesi, ovvero la necessità per l’Europa di prendere misure urgenti per evitare di precipitare in un vortice deflazionario. Il debito pubblico che continua a crescere preclude nuove misure di spesa di stampo keynesiano, ovvero nuovo stimolo dalle banche centrali. Insomma, un altro passo verso l’aggravarsi della crisi.
D’altronde c’è poco da stupirsi, visto che la Fed ha permesso alla massa monetaria M3 di contrarsi del 10% quest’anno, un livello da Grande Depressione, con le debite proporzioni storiche ed economiche: siamo alla teoria monetaria quantitativa, qualcosa che è meglio non ignorare mai. L’indicatore del Conference Board americano non ha ancora suonato l’allarme ma questo solo perché soppesa la cosidetta “yield curve inversion”, ovvero quanto i tassi lunghi vanno al di sotto dei tassi a breve: insomma, un indicatore inutile in una situazione come quella attuale della bolla alla giapponese, ovvero con tassi a zero.
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