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FINANZA/ 1. Dai mercati un nuovo allarme per l’Italia

Pubblicazione:martedì 27 luglio 2010

Foto Ansa Foto Ansa

Usare l’inflazione come arma per uscire dalla bolla degli assets di Greenspan, della bolla del credito di Gordon Brown e di quella del debito sovrano dell’eurozona è una tentazione forte ma pericolosa. I segnali sui mercati sono discordanti ma in molti, ad alti livelli, parlano chiaramente dei bond come rifugio del denaro degli investitori a discapito della Borsa.

 

Per Robin Griffiths, analista strategico di Cazanove, «l’ndice S&P è destinato a un rally finale, entro la prossima settimana, fino a quota 1155 punti, dopodiché vendere l’indice sarà l’imperativo. Siamo in un mercato dell’Orso con parecchie death crosses che segnalano ribassi: le perdite a livello di equities si concretizzeranno già da metà settembre e per ottobre prevedo l’S&P a 940 mentre il Ftse 100 di Londra perderà circa il 15% dal suo valore attuale». Bonds are the place to be, insomma. Bel segnale? Non direi.

 

P.S. Ok, so che non è bello rimangiarsi la parola data ma la tentazione è troppo forte: torno per poche righe sugli stress tests. Solo per dirvi, cari lettori, che sei delle quattordici banche tedesche analizzate - tra cui Deutsche Bank, PostBank, Hypo Real Estate, Dz, Wgz e Landesbank Berlin - non hanno acconsentito a rendere noto i dettagli totali del sovereign debt holdings, ovvero l’esposizione al debito sovrano, come richiesto dal Cebs e come fatto da tutti gli altri istituti sotto esame. La Bafin e la Bundesbank sono state categoriche nel rimandare al mittente le critiche: «In Germania non esiste una legge che obblighi le banche a fornire questi dati» Meravigliosi, davvero. L'ennesima riprova della serietà degli stress tests...

 

P.P.S.S.: Ormai mi sono rimangiato la parola e dico quello che penso. La mancanza di rigore nei criteri degli stress macroeconomici ha condotto a bassi tassi di perdite di portafoglio, anche perché le decurtazioni sui titoli sovrani (haircut) sono state applicate solo ai trading books e non alle posizioni che si dichiara di voler detenere fino a scadenza: questa mancanza di rigore negli scenari di stress elaborati dal Cebs ha prodotto una sopravvalutazione dell’1,7% ai quozienti di capitale Tier 1.

 

Inoltre, il focus su questa grandezza (e non sul Core Tier 1), ha prodotto un abbassamento dell’1,2% del tasso-obiettivo minimo, producendo quindi un bias totale del 2,9% nelle stime dei quozienti di capitale Tier 1. Eliminando questa distorsione si ottiene che 54 banche avrebbero fallito uno stress test più stringente, generando un fabbisogno di ricapitalizzazione compreso tra 60 e 75 miliardi di euro: oggi invece hanno fallito in nove e la necessità di ricapitalizzazione è appena di 3,5 miliardi.

 

Tornando al P.S. precedente, c’è una spiegazione. Il dato “politico” rilevante, infatti, è che le banche tedesche tendono a fare grande uso di strumenti patrimoniali ibridi, che sono parte del Tier 1 (usato negli stress test), ma non del Core Tier 1. Utilizzare quest’ultima grandezza avrebbe creato qualche imbarazzo in Germania, e si è quindi deciso di scegliere la definizione di capitale più ampia, peraltro con un valore-soglia (6%) a dir poco modesto. A ciò si aggiunga l’assoluta presa in giro di differenziare tra titoli sovrani detenuti per finalità di trading e “held to maturity” (ai primi si applica la decurtazione, ai secondi no): ora, giuro, non parlo più di stress tests. Almeno fino alla prossima volta...



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COMMENTI
28/07/2010 - grazie (maura del torrione)

Grazie per la risposta, esauriente e comprensibile. maura

 
28/07/2010 - fallimento delle piccole banche americane (maura del torrione)

Ho letto un articolo su Arianna Editrice di Matteo Cavallito che parlava della strage di piccole banche americane costrette a fallire. Ad oggi sono 103. Ora le chiedo ma le nostre "piccole banche" che fine faranno? grazie Maura

RISPOSTA:

Cara del Torrione, escludo una deriva statunitense per le nostre “piccole” banche, soprattutto le popolari che nella maggior parte dei casi sono state ben lontane da derivati e veicoli finanziari basati sulla leva e hanno continuato a erogare credito e fare gestire risparmio. Inoltre, quelle banche Usa erano esposte per la quasi totalità del capitale nella bolla dei subprime con relative insolvenze, cosa che in Italia non è accaduta. Una cosa vale però la pena dirla. Il risultato degli stress test per Banca Monte dei Paschi di Siena non è stato entusiasmante, visto che l’asticella del Tier 1 al 6 per cento è stata superata di pochissimo. E subito si sono susseguite le voci di un aumento di capitale, immediatamente smentite dai vertici. I mercati però credono poco alle parole di Mps. Lo testimonia l’andamento al rialzo dei Cds sulla banca senese, che proprio ieri hanno toccato quota 168,68 punti base: non si tratta del massimo storico ma è rilevante l’incremento rispetto a l'altro ieri, +13,08 per cento per complessivi 19,52 punti in più. A Siena si mostrano tranquilli ma gli operatori continuano a scommettere contro Mps. Non pensi a rischi di default in stile Usa per Siena, non c'è nemmeno da immaginarlo. Però qualcosa che scricchiola c'è, altrimenti il mercato non si lancia nella scommessa speculativa rischiando di lasciarci le penne. Cordialmente (Mauro Bottarelli).