Economia e Finanza
mercoledì 28 luglio 2010
Enfasi. Molta enfasi. Da mesi a questa parte qualsiasi decisione venga presa dal quartier generale della Fiat, è comunicata con grande battage, quasi a voler creare una cassa di risonanza perché si senta, se ne parli, provochi polemiche.
Esempi? La chiusura di Termini Imerese, gli operai licenziati perché intralciavano i lavori sulle catene di montaggio, il summit tenuto a Detroit per tratteggiare il futuro del gruppo e varare lo spin off, l’idea di creare una newco per riassumere gli operai di Pomigliano D’Arco (con la nascita di Fabbrica Italia Pomigliano comunicata ieri), l’ipotesi di disdettare il contratto dei metalmeccanici e quella di abbandonare la Federmeccanica.
Per finire, l’annuncio di pochi giorni fa dello spostamento della linea produttiva della futura monovolume, ora indicata con la sigla L0, da Mirafiori alla Serbia. Tutto è stato fatto in maniera plateale, senza cercare di smussare, di ricorrere a qualche dose di diplomazia che forse potrebbe essere utile.
Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha detto in un’intervista a Radio 24 che è soprattutto questo atteggiamento a preoccuparlo, a fargli prevedere giornate cariche di tensione a partire da quella di oggi con l’incontro, convocato dal ministro Maurizio Sacconi, fra governo, azienda e sindacati. Insieme devono discutere del caso Mirafiori e, più in generale, del futuro della Fabbrica Italia, quel progetto presentato nell’aprile scorso dal Lingotto per aumentare il numero di auto prodotte in Italia. Progetto che, dopo l’affaire Serbia, sembra seriamente a rischio.
Ma perché la Fiat ha scelto questa linea? Perché non solo usa il pugno di ferro, ma ci tiene anche a far vedere quanto è forte questo pugno e a far intendere che può colpire molte e molte volte? La riposta è in parte nel carattere dell’amministratore delegato, Sergio Marchionne, abituato a gestire i rapporti in maniera ruvida, ai limiti della brutalità.
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