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PMI/ Basta coi buoni propositi, abbattiamo i nemici delle piccole imprese

Pubblicazione:sabato 3 luglio 2010

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Una nostra recente ricerca condotta sugli Istituti Tecnici ha evidenziato che il 70% dei docenti non ha mai messo piede in un’azienda. Mi chiedo: come può educare alla propensione al rischio un insegnante che identifica il mondo del lavoro con il luogo più protetto in assoluto che è la dipendenza statale? Un’altra esemplificazione, sull’utilizzo del tempo, fattore decisivo per chi ha un’attività in proprio. Qual è il collegio docenti (costituito più o meno da un centinaio di insegnanti a Istituto) che ha coscienza, mentre discute di formalità o dettagli organizzativi, del costo effettivo che quel tempo ha per la collettività? È chiaro che chi non percepisce il valore anche economico del tempo, difficilmente potrà far capire ai ragazzi che lavorare non è questione di farsi occupare le ore dal titolare, ma di rispondere a uno scopo reale, concreto, che è il benessere di sé e di tutta l’impresa.

 

Anche le famiglie hanno una parte di responsabilità?

 

Quanto alle famiglie, il problema culturale si pone esattamente negli stessi termini. Basti pensare che un figlio che lavora in una multinazionale è stimato di più che se fosse occupato presso le officine metal-meccaniche del signor Brambilloni. Eppure siamo il Paese con la più alta densità di piccole imprese al mondo... Ne abbiamo un esempio evidente in Brianza, dove il rapporto è di un’impresa ogni dieci abitanti.

 

«Pensare anzitutto in piccolo» è lo slogan dello Small Business Act. Concretamente qual è il principale indicatore per monitorare eventuali passi in avanti a favore delle Pmi?

 

Il tasso di oneri amministrativi e normativi. Dalle nostre ricerche risulta che se una grande impresa spende 1 euro per dipendente per soddisfare gli obblighi di legge, le piccole arrivano a bruciarne fino a 10. A livello europeo, il 36% delle Pmi sostiene che, negli ultimi 2 anni, le formalità burocratiche hanno arrecato danno all’attività economica. Il risultato italiano è ancor più allarmante: il 60% lamenta difficoltà pesanti, fino al fallimento.

 

In un periodo di crisi strutturale come questo, arranca sia la piccola che la grande impresa. Chi è meno strutturato, però, è ancor più esposto al rischio del fallimento. A suo parere, qual è il peggior nemico delle Pmi?

 

Senza parlare di nemici, direi che un grave problema per i piccoli è costituito dalle banche. Si è rotto il rapporto fiduciario tra istituti di credito del territorio e sistema produttivo locale, è questo il germe che sta minando la stabilità dei piccoli. Gli artigiani ribadiscono sempre la stessa questione: «Sono un imprenditore con meno di una decina di dipendenti, non ho mai chiesto aiuto alla banca e adesso che ho bisogno, invece di sostenermi, mi si toglie anche il poco che ho chiesto». Ma, attenzione, questa è solo la tappa finale di un processo che, a nostro avviso, ha origini più lontane. È qui che lo SBA potrebbe svolgere un ruolo importante.

 

Cioè?

 

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