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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Altro che stress test, c'è una nuova sfida per le banche italiane

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La necessità è avvertita da più parti e in Italia due scuole di pensiero sembrano avviarsi al dibattito. Da una parte, la miriade di banche locali reclama la validità del modello tradizionale, contrapponendo la tutela del risparmio a quella tecno-finanza d’importazione che altrove ha schiantato molti istituti contro un muro di debiti. Per questo nutrito gruppo, fare banca significa innanzitutto mantenere una presenza capillare sul territorio. Solo in questi termini, sempre secondo questa visione, si può raccogliere risparmio e sostenere adeguatamente il tessuto economico locale.

 

Va da sé che per questa schiera di banche le regole tecniche di Basilea rappresentano poco più di una zavorra. Per questi istituti, l’ambiente normativo di riferimento è ancora la legge bancaria del ‘36, quella riforma varata a tutela del risparmio quando la crisi del ‘29 era ancora vivida nella memoria del legislatore. Questa impostazione normativa è rimasta intatta fino alle prime aperture ai mercati internazionali, cominciate con la legge Amato del ‘90.

 

Restano comunque alcune criticità da affrontare: mantenere il risparmio in una sorta di circuito chiuso domestico a oggi si è dimostrato piuttosto costoso per i risparmiatori e non sempre all’altezza delle sfide internazionali che molte imprese si trovano ad affrontare ormai quotidianamente.

 

Dall’altra parte, ci sono i primi tre gruppi per capitalizzazione: Unicredit, Intesa, Mediobanca. Per questi giganti del mercato domestico l’apertura alla finanza internazionale era già scritta nel dna: la Banca Commerciale Italiana - da cui Intesa deriva - fu fondata per iniziativa di banche tedesche sulla scia della riforma Giolitti e fu gestita secondo quel modello universale a cui alcuni oggi vorrebbero ispirarsi.

 

Stessa vocazione internazionale hanno mantenuto fin dagli esordi sia il Credito Italiano, progenitore di Unicredit, sia Mediobanca. Per questi gruppi, efficienti e capaci di operare con eccellenti risultati su più fronti, resta la difficoltà a raggiungere il tessuto imprenditoriale italiano, un microcosmo di Pmi che appare troppo rischioso e difficilmente raggiungibile dai grandi processi di credito dei big.

 

È inutile speculare su quale modello finirà con imporsi o se il dibattito finirà per trovare una “terza via”, una sintesi cioè tra presenza sul territorio e finanza globale. Qualunque sarà il risultato alla fine di questa trasformazione, oggi vale la pena analizzare quei margini di manovra, stretti per la verità, su cui sarà possibile impostare il lavoro.

 

Il punto di partenza è la regolamentazione di Basilea: difficile immaginare un cambiamento sostanziale in tempi brevi. Per questo motivo, il bilancio degli istituti resterà una sorta di città proibita su cui solo debito sovrano e prodotti strutturati troveranno agevolmente posto.

 

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