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MANOVRA/ Perché le lobbies vogliono trasformare l’Italia in un Titanic?

Il disegno originale della manovra sta venendo fatto a pezzi e, come spiega MARCO COBIANCHI, questo non fa che far perdere credibilità all’Italia agli occhi dei mercati internazionali

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Non c’è più l’assalto alla diligenza, perché la diligenza è vuota. E ora chi vi si era accomodato si scapicolla per scendere. In modo perfino poco dignitoso. Regioni, industriali, enti culturali, province: nessuno ha mostrato di comprendere appieno la serietà della situazione finanziaria italiana e nessuno ha mostrato quella responsabilità obbligatoria in una fase così delicata per la tenuta del ruolo dell’Italia nel contesto internazionale.

 

Esagerato? In una sola settimana la differenza di rendimento tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi è passata da 90 a 180 punti (il massimo da sempre) con un costo ulteriore per le casse statali di 18 miliardi di euro, cioè circa la metà della manovra in discussione. Sono numeri che occorre tenere a mente non perché ci si deve rassegnare a essere governati dagli umori della finanza, ma perché quando si contraggono debiti (e noi li abbiamo contratti in abbondanza) occorre convincere il creditore di essere in grado di ripagarli. Non occorre dire cosa succederebbe nel caso in cui qualcuno in qualche sala operativa cominciasse a dubitare di questa nostra capacità.

Di fronte a questa situazione è francamente sconfortante assistere al fuggi-fuggi generale dal conto che la storia ci presenta come se nessuno degli enti che oggi protestano contro i tagli fosse mai stato beneficiato dalla larghezza delle concessioni che la politica ha concesso. E ancora più sconfortante è il fatto che nessuno tra coloro che si candidano a guida morale del Paese (sindacati, imprenditori, politici, magistrati, ministri) abbia colto il livello della sfida che l’Italia ha di fronte a sé.

Dopo aver assaltato la diligenza, ora vogliono scendere smontando una manovra che, con i suoi difetti, aveva il merito di cominciare a disboscare la foresta di sprechi che immobilizza l’economia, premia i peggiori, riduce la competitività delle imprese migliori.

Quella che era nata come una manovra fatta soprattutto di tagli si sta trasformando in un guazzabuglio di norme senza alcun filo logico anche a causa di un poco commendevole balletto di refusi, emendamenti presentati e ritirati che fanno nascere il dubbio di un certo dilettantismo parlamentare. Alla fine si dà all’esterno l’impressione di un Paese governato da piccoli e grandi interessi di piccole e grandi lobbies in grado di condizionare/modificare una manovra economica essenziale la credibilità finanziaria del Paese. L’immagine della sala da ballo del Titanic è fin troppo facile, ma rende bene l’idea.

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COMMENTI
06/07/2010 - la coerenza tra parole e pratica (adolfo ferrarese)

Il richiamo all'onestà operativa, cioè nei fatti, rispetto alle belle parole mi sembra un bellissimo principio, disatteso in continuazione e da tempo immemorabile. Certo, se almeno chi ci rappresenta ai massimi livelli lo fosse saremmo a metà di tutti i guadi. Se, ad esempio, la Presidente degli industriali, oltre a scagliarsi contro il malvezzo dei ritardi nei pagamenti, forse il principale cappio per le piccole aziende che oramai pagano di interessi i marginali utili rimasti, desse il buon esempio, facendo pagare dalle Sue aziende i creditori in tempi non biblici, sarebbe sicuramente più credibile. Un Signore, in tempi non sospetti, disse "chi è senza peccato scagli la prima pietra", qualcuno ne ha capito, o almeno percepito, il significato? Davvero, mi sembra che nulla cambi e possa mai cambiare.