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Economia e Finanza

FIAT/ La Fiom e Marchionne "condannati" ad accordarsi per colpa di Pomigliano

L’accordo con Fiat, così com’è, la Fiom non può firmarlo, per non perdere la faccia. Ma con una pecetta, allora sì, come i vertici confederali ben sanno. Il punto di SERGIO LUCIANO

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Oleograficamente, la si potrebbe definire ancora “l’economia del pomodoro”. Più cinicamente, “l’economia grigia” tra sommerso e microcriminalità. Certo è che nella storia non recentissima di Pomigliano d’Arco e del suo stabilimento automobilistico - nato Alfasud dell’Iri, poi “migrato” nel gruppo Fiat nel 1987 - c’è tanta ambiguità e tanta nebbia.

Quel 37% dei 4800 dipendenti dell’impianto che hanno votato “no” al piano Fiat è gente che nell’ultimo biennio è stata per almeno 18 mesi in cassa integrazione. Con una certa soddisfazione, va detto, perché pur percependo un assegno molto modesto aveva il tempo libero a totale disposizione per svolgere una seconda attività: lavoretti in nero, quando va bene. Lavoro poco commendevole, quando va male. Piccolo contrabbando, commercio abusivo, in qualche caso - per fortuna quantitativamente raro - vera e propria microcriminalità.

È purtroppo con questo retroterra storico-sociale che deve fare i conti la Fiat di Sergio Marchionne, il top-manager italo-canadese che rimpiange apertamente la grande intesa trovata con il metalmeccanici americani della Uaw, che su Chrysler gli hanno dato carta bianca, pur essendo anche azionisti di controllo del gigante malato. Ma i confronti tra i metalmeccanici della Fiom-Cgil, che hanno votato “no” al referendum del 22 giugno (ma i “no” sono stati più del doppio del numero dei tesserati Fiom!) sono inverosimili. Distanze siderali in termini di cultura politica e sindacale, aspettative esistenziali, metodi di negoziato e di lotta.

Quel che è certo, però, è che oggi - in un modo o nell’altro - la Fiat e la Fiom appaiono “condannati” ad accordarsi. A parte gli opposti celodurismi, né Marchionne né il leader dei ”disobbedienti” Maurizio Landini possono prendersi la responsabilità di mettere sul lastrico i 4.800 dipendenti dell’impianto, sia quelli del “no” che soprattutto quelli del “sì”.

Oltretutto Marchionne ha portato a casa un prezioso consenso da parte di Cisl, Uil, Ugl e Fismic e non può certo rompere anche con loro per i begli occhi di Landini e di quel duemila scarsi che hanno votato “no”. Di quei sindacati, in fondo, ha bisogno per mantenere il consenso negli altri stabilimenti italiani del gruppo, che Marchionne non ha alcuna intenzione di porre in discussione.

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