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FIAT/ Ecco perché il modello Alitalia non conviene a nessuno

Lo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco (Foto Ansa) Lo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco (Foto Ansa)

Ancora oggi, a quasi due anni di distanza dall’operazione Cai, questo dato, pur se confermato anche dalla relazione sulle cause dell’insolvenza di Alitalia elaborata dallo stesso commissario straordinario Dott.Fantozzi (pagina 34 e seg.), deve rimanere un qualcosa di segreto o quasi atto a mascherare le vere responsabilità politico-manageriali su di una gestione davvero singolare che ha portato a una operazione che solleva ogni giorno che passa dei dubbi profondi, anche da parte di chi all’inizio ne era strenuo fautore.

 

Quello che viene da chiedersi è come mai sia Air France che l’Israeliana El Al, in situazioni praticamente uguali, abbiano visto i governi puntare il dito sugli sprechi e abbatterli sostituendo intergralmente il management e, nel caso di El Al, nominando un amministratore delegato italiano, già ex Console onorario a Tel Aviv, Michele Levi, che facendo leva sulla collaborazione delle maestranze e responsabilizzandole anche per capire un universo come quello del trasporto aereo già complicato di suo, in soli due anni , senza tagliare né un posto di lavoro né gli stipendi, riportò la compagnia al pareggio e addirittura nel giugno 2006 al primato assoluto in ricavi. Cosa che in Alitalia pareva e pare essere missione impossibile.

 

Però lo stesso Colaninno, durante lo svolgimento della giornata dedicata ad Alitalia al festival dell’economia di Trento, magnificava di aver raggiunto un costo del lavoro abbondantemente concorrenziale addirittura con il settore dei voli low cost . E qui sorge una domanda che coinvolge non solo il caso Fiat, ma più in generale tutta l’attuale situazione italiana. È mai possibile che un Paese nel quale gli stipendi sono già al livello più basso dell’area euro, il costo del lavoro sia “l’ossessione” che ancora non fa dormire l’imprenditoria medio-grande? Non sarebbe ora di ribaltare questo vecchio lait-motiv e puntare su di un rapporto più maturo che, vedi i casi sopra citati, possa permettere alle aziende di avere successo, fare profitti ugualmente e creare condizioni di ripresa dovute anche ai maggiori salari?

 

È chiaro che finché lo Stato si astiene dall’essere l’arbitro dell’economia per diventare complice delle aziende attraverso leggi o tasse varate ad hoc, che spesso distruggono la sana concorrenza, l’imprenditore limiterà i suoi rischi e i suoi investimenti: tanto c’è sempre uno Stato che opera un socialismo generoso e si accolla le perdite. La cosa importante diventa quindi abbassare il costo del lavoro per aumentare i profitti.

 

E il sindacato, da “labor defensor” si trasforma in garante della flessibilizzazione contrattuale in cambio di favori vari, non ultimi i incarichi politici sostanziosi…tanto se si difendono i diritti del lavoratore si rischia (in questo nostro strano Paese ) di non venir nemmeno riconosciuti, anche se si è maggioranza, e allora il fallimento del Paese diventa l’ipotesi più fattibile. Peccato che sotto questa “cupola” di interessi “comuni” gli unici a perdere sono i lavoratori e anche i clienti dato che si trovano davanti dei prodotti non competitivi a livello qualitativo.

 

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