BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IDEE/ Quadrio Curzio: cambiamo la Costituzione per far ripartire l’economia

Una modifica del Titolo III della Costituzione, spiega ALBERTO QUADRIO CURZIO, può essere utile ad affrontare le sfide economiche del XXI secolo. Purché non venga pensata e studiata dal mondo politico

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

In giugno ,in seguito a una ipotesi di revisione dell’art. 41 della Costituzione avanzata da Giulio Tremonti, si è aperto un certo dibattito con favorevoli e contrari. Su una tematica più ampia, e cioè quella della Costituzione economica italiana, noi ci siamo intrattenuti spesso da quasi 20 anni anche con due monografie (Noi, l’economia e l’Europa (1996); Sussidiarietà e Sviluppo. Paradigmi per L’Europa e per l’Italia (2002)) che, in un contesto più ampio, hanno discusso di vari aspetti economici della Costituzione italiana confrontata ai Trattati europei. Argomenti che abbiamo ripreso anche in successivi studi.

 

La grande portata del tema rende difficile ogni sintesi che tuttavia tenteremo. Innanzitutto è noto che dal 1948 molti sono stati i tentativi di modifica della nostra Costituzione e che l’unico di notevole portata riuscito è quello del 2001 sul Titolo V (“Le Regioni, le Provincie, i Comuni”).

Un problema che si è posto da tempo, tra gli altri, riguarda una modifica del titolo III (“Rapporti economici”, artt. 35-47) della Costituzione. In particolare spesso sono sorti interrogativi sugli artt. 41,42,43 della Costituzione al punto che degli stessi si interessò nell’aprile del 1999 anche la Commissione affari costituzionali della Camera avviando un’indagine conoscitiva che poi s’è spenta. A nostro avviso le opinioni sul tema si possono riassumere in tre.

La prima opinione è che una riforma del Titolo III non è necessaria. Per taluni perché la Costituzione è infatti perfetta. Per altri perché la costituzione economica materiale e i Trattati europei, l’ultimo dei quali è entrato in vigore nel 2009, hanno già superato e integrato la nostra Costituzione formale introducendo nel sistema economico italiano quella «economia sociale di mercato» esplicitamente richiamata all’art. 3 del Trattato.

La seconda opinione è che la modifica sarebbe utile (ma non necessaria, per le ragioni europee e di fatto prima dette) per dare una nuova forte spinta ideale al sistema economico e agli operatori per affrontare le sfide del XXI secolo. Questo vantaggio andrebbe tuttavia soppesato con i rischi, non remoti, di pasticciare e litigare (visti i passati tentativi di riforma) su un testo costituzionale che è già stato reinterpretato e integrato dai fatti e dall’Europa.Sarebbe quindi preferibile adeguarsi meglio ai Trattati, che non sempre l’Italia rispetta, senza imbarcarsi in avventure di riforma.

La terza opinione è che la riforma risulta indispensabile subito in quanto l’impronta statal-dirigista della Costituzione frena o addirittura blocca la piena operatività della nostra economia e il nostro sviluppo.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO