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IDEE/ Quadrio Curzio: cambiamo la Costituzione per far ripartire l’economia

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Noi siamo della seconda opinione e riteniamo che oggi il ceto politico dovrebbe dedicarsi a ben altre priorità. Riteniamo però che una Convezione economica Costituente (CEC),composta da non-parlamentari e non-politici, analoga a quella che fu la Commissione economica del Ministero per la Costituente, creata nel 1945, potrebbe essere utile per una riflessione non partitica e non ideologica sia sul Titolo III della Costituzione sia su altri articoli, collocati in altri titoli, tra cui l’art. 53 (sulla capacità contributiva e sul sistema tributario) e l’art. 81(sulle leggi di bilancio). In altri termini su tutta la Costituzione economica a confronto con i Trattati Europei.

 

Considerato che il tema del federalismo fiscale è già in attuazione, la CEC dovrebbe concentrasi su quello che nella nostra terminologia riguarda il liberalismo sociale o liberalismo comunitario. Con tutto il rispetto e la riconoscenza per i nostri Costituenti , tra i quali vi erano straordinarie personalità che nel tempo d’allora fecero quanto di meglio, l’impronta economica della nostra Costituzione ci pare abbia due sottolineature.

 

Una è lavorista e inizia all’art. 1 comma primo,che recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», ove “lavoro” appare una soluzione di compromesso rispetto a chi in sede di Costituente voleva un riferimento classista ai ”lavoratori”. Di ben diverso tono e prospettiva è l’art. 2 «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (simile all’art. 1 della “Costituzione” tedesca), che sarebbe stato meglio apparisse al primo comma dell’art 1.

 

Il tema del lavoro e dei lavoratori è trattato estensivamente negli articoli 3, 35, 38, 43, 46. Vi è un elenco completo sui diritti dei lavoratori, sulle libertà sindacali e sul diritto di sciopero, il cui esercizio avrebbe dovuto essere regolato per legge, il che è accaduto solo dopo decenni e piuttosto debolmente. Tutti diritti importanti che lasciano però un poco in ombra i doveri specifici (le «utilità sociali») che pure contano.

 

La seconda sottolineatura è dirigista. Al proposito è soprattutto l’art. 43 che colpisce affermando: «A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».

 

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