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Economia e Finanza

CRISI/ Pelanda: il rebus Obama minaccia la ripresa dell'Italia

La crescita dell’economia resta legata all’export. CARLO PELANDA ci spiega che una scelta di Obama può risultare decisiva per il secondo semestre dell’anno

Barack Obama (Foto: Ansa)Barack Obama (Foto: Ansa)

Sono forti i timori di rallentamento della ripresa nel secondo semestre. La locomotiva americana sta perdendo vapore. Le minori importazioni dall’America faranno calare le esportazioni cinesi e quindi le importazioni. Anche perché Pechino sta raffreddando la crescita per evitare sia sovracapacità sia le tendenze inflazionistiche apparse nei mesi scorsi.

In sintesi, la domanda globale che ha trainato la crescita dell’export di Germania (spettacolare) e Italia (notevole) nel primo semestre pare ridursi. Nel secondo ciò potrebbe trasformarsi in recessione o stagnazione da noi. Tale ipotesi si basa sul fatto che sia Italia sia Germania fanno il più della loro crescita via esportazioni e pochissima via dinamiche del mercato interno, che infatti resta piatto in ambedue, e che quindi sono molto dipendenti dal traino esterno. Cerchiamo di inquadrare meglio lo scenario.

Al momento è difficile valutare se il rallentamento della ripresa statunitense si trasformerà in recessione che poi si trasferirà al globo penalizzando nuovamente le economie esportatrici. Infatti l’America ha un grosso problema, ma anche risolvibile, volendo, in poco tempo.

I consumi si riprendono lentamente perché le famiglie stanno ricostruendo i risparmi distrutti dalla crisi finanziaria. Ma non è necessariamente un grave problema sistemico in quanto la ripresa potrebbe essere sostenuta da più investimenti in una situazione dove gli attori economici hanno molta liquidità. Il problema è che le loro decisioni di nuovo investimento sono tardate dall’ambiguità sul regime fiscale dei prossimi anni.

L’Amministrazione Obama, infatti, deve decidere a fine anno se confermare la continuità dei megatagli delle tasse decisi da Bush nel passato oppure no. Al momento resta indecisa, anche per le elezioni parlamentari di novembre. Poiché la decisione modificherà lo scenario economico in un senso o nell’altro è ovvio che molti aspettino chiarezza prima di investire. Se decidesse per una conferma sostanziale dei tagli fiscali vi sarebbe un boom immediato della crescita interna statunitense, poi trasferito alla domanda globale e, alla fine, al nostro export.

Ma, data la storia di indecisioni e stranezze economiche dell’Amministrazione Obama, non è prevedibile né una decisione tempestiva, né che questa sia espansiva. Ma non potrà essere nemmeno recessiva. Pertanto gli andamenti americani resteranno in bilico tra forte ripresa e ricaduta in recessione.

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COMMENTI
16/08/2010 - il difficile equilibrio/3 (giorgio cordiero)

NOn avverrà più. i modelli economici vanno rivisti, occorrre cominciare a convivere con una forte "volatilita" produttiva. Mai come ora la microeconomia e la macroeconoma devono riuscire a trovare nuovi modelli comuni e sinergici. La politica ed il consenso vanno rivisti alla luce di una nuova cultura globale. L'utopia delle mie affermazioni sarà presto trasformata dalla necessità in Virtù Rimango fiducioso, ma il compito che spetta a chi fa cultura è quello di far passare a tutti questi concetti.

 
16/08/2010 - ill difficile equilibrio/2 (giorgio cordiero)

...regole al sistema bancario americano, che comunque rimaneva il più disinvolto del mondo. La liquidità immessa nel cirquito si trasformo subito in nuova speculazione che si tradusse nella forte ripresa dei corsi azionari alla quale abbiamo assistito da marzo 2009 a Novembre dello stasso anno. La speculazione poi si tradusse nell'attacco all'euro. Ma siamo sicuri che questo "attacco ci abbia danneggiati". L'europa (secondo me) deve la recente ripresa della produzione industriale SOLO all'export che si è verificato grazie al cambio estrememente favorevole. Ancora una volta, in un mercato globalizzato le multinazionali hanno agito ,operando la produzione in quei luoghi che erano momentaneamente conveniente. Le produzioni ormai possono essere dirottate da un continente all'altro con estrema velocità. Non sarebbe bene cominciare ad abbandonare i modelli macroeconomici nazionali, regionali e perfino continentali? Credo che occorra una concertazione verticistica mondiale, ma non certo il g8 o il g 20 che si stanno rivelando tropo politicizzati. I capi di stato sono tropo impegnati a mantenere il consenso dell'elettorato locale e questi ultimi sono troppo poco lungimiranti per capire che l'unica soluzione è quella di unaseria concertazione globale. La piccola e media impresa è più che mai alla mercèe di questo tourbillon ...magari anche le pmi dovrebbero cominciare a ragionare in modo più globale. L'equilibrio è difficoltoso,ma la ripresa , per come la si conosce ora...

 
16/08/2010 - il difficile equiibrio (giorgio cordiero)

Ancora una volta mi trovo ad apprezzare la limpidezza dell'analisi del Dott. Pelanda. Occorre fare un po' di storia, più o meno recente. IL 16 gennaio del 1999 il rapporto di cambio euro/dollaro era 1,06...poi. L'euro era allora una moneta nuova che presto diventò reale (cioè stampata). Apparve chiaro che tutte le banche centrali furono più o meno costrette ad acqistare euro. Pe la semplice legge della domanda e dell'offerta il corso (prezzo) dell'euro crebbe al crescere della domanda. Negli anni successivi, dopo la crisi della new economy e della cosi detta bolla di internet gli Usa cominciarono a capire che la loro economia saebbe cresciuta solo se "drogata" da una forte detassazione che spingesse i consumi interni accompagnata da una svalutazione del dollaro che favorisse le esportazioni, nonchè da un fortissimo incentivo al consumo interno alimentato da un'allegra concessioni di crediti, poi di mutui. L'uso della cartolarizzazione e la speculazione sui derivati è storia recentissima, che ha portato il mondo alla crisi attuale. C'è da dire che Obama commise un errore quando , appena eletto, si trovò a dover fronteggiare la crisi sub prime ed il caso della Lehman. In quel momento venne a mancare la fiducia in tutto il sistema creditizio, i prestiti overnight tra banche rimasero fermi per mesi. Gli stati sovrani furono costrettia sostenere i colossi banari in crisi, con prestiti, immissioni di liquidità ecc. Allora Obama perse l'occasione di imporre regole.