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CRISI/ Se la Cina supera il Giappone, cosa cambia per l’Italia?

Nel secondo trimestre del 2010, Il Pil della Cina ha superato quello del Giappone. Cosa cambia nello scenario macroeconomico globale? E per la crescita del nostro paese? Prova a rispondere SERGIO LUCIANO

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Dunque la Cina ha superato il Giappone, per dimensione del suo prodotto interno lordo (Pil). E che notizia è? Era tutto previsto, atteso, ovvio. È accaduto nel secondo trimestre di quest’anno, ma poteva accadere anche prima o anche tre mesi dopo: era semplicemente ovvio. Peraltro, con 1,3 miliardi di cittadini censiti contro 100 milioni, la gara Pechino-Tokio era comunque già risolta in partenza, anche al netto della spaventosa produttività che la Cina ha conquistato negli ultimi anni, mentre il Giappone restava fermo sui colpi della sua deflazione.

 

Ma come cambia, questa notizia, il quadro complessivo dell’economia mondiale e le sue possibilità di riprendere la via di uno sviluppo corale e diffuso? Semplicemente, non lo cambia.

I termini essenziali del momento economico mondiale sono sempre gli stessi. La Cina è l’unica economia davvero trainante, galoppa sempre al ritmo di una crescita del 10%, imitata - ma a prudente distanza - dall’India, dal Brasile e dalla Russia, forte quest’ultima più delle sue risorse minerarie (gas e petrolio) che non manifatturiere, oltre che della sua domanda interna, alimentata appunto dalla “rendita fossile”.

Gli Stati Uniti restano l’economia “numero uno”, ma anche su di essi è facile pronosticare il sorpasso cinese (e ci sono già ovviamente fior di stime, tutte rigorosamente strampalate perché comunque postulano dati del prossimo quinquennio su cui nessuno dei previsori scommetterebbe in realtà un dollaro del suo stipendio). Ma cosa vuol dire per gli Usa essere superati dalla Cina, e cosa comporta per l’Europa e, in Europa, per l’Italia?

Il tema di fondo è che l’analisi dei fenomeni macroeconomici non serve a nulla se si tenta impropriamente di desumerne conseguenze microeconomiche. Dire che l’economia mondiale sta crescendo in media del 4,5% non significa assolutamente nulla per le economie che non crescono o addirittura retrocedono, pur contribuendo a “fare media” con quelle che galoppano, né più né meno che nella vecchia storia sulla “media del pollo” di Trilussa.

Nessuno sa fino a che punto la Cina sarà disposta a “condividere” col resto del mondo i vantaggi della sua crescita, per esempio continuando a importare grandissime quantità di beni e servizi, come fa oggi, o in che momento potrebbe invece decidere di accentuare il carattere autarchico della sua attività economica.

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