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CRISI/ Se la Cina supera il Giappone, cosa cambia per l’Italia?

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Ad esempio, quando Pechino ha deciso di costruire la Diga delle tre gole, per una serie di evidenti ragioni ambientaliste i principali colossi edilizi occidentali hanno eccepito molte questioni di metodo, prima di concorrere per la colossale opera. E Pechino non se n’è data minimamente cura: ha realizzato l’enorme impianto utilizzando esclusivamente imprese edili cinesi.

 

Quindi la “locomotiva cinese” potrebbe anche, un brutto giorno, decidere di non tirare più il convoglio mondiale. E la “locomotiva americana”? La si direbbe in affanno. Il presidente della Federal Reserve Bernanke è stato molto severo nei suoi periodici discorsi prospettivi, e anche per Obama la doccia fredda arrivata dalla sua banca centrale è stata di quelle traumatiche: “La ripresa si sta affievolendo” ha sentenziato Bernanke, e ha dato ordine di riprendere a comprare titoli di Stato Usa, per evitare che le aste vadano male.

 

Marcia invece a pieno regime la “locomotiva tedesca”, che con quel suo +4,4% di Pil nel secondo trimestre ha fatto scalpore. Un bene per l’Italia, che è incredibilmente riuscita - grazie anche alla cura Tremonti, bisogna dargliene atto - a diventare la seconda economia europea per dinamismo e affidabilità, come anche l’ottimo andamento delle aste dei Bot annuali qualche giorno fa ha dimostrato.

 

Ma, ecco: in un mondo dove va fortissima solo la Cina, dove Brasile, Russia e India crescono ma senza ancora poter (né voler) ambire a un ruolo di traino, dove gli Stati Uniti zoppicano e solo la Germania, in Europa, accelera, l’Italia non è affatto messa male, eppure non ha elementi per dormire sugli allori.

 

Anche perché le incertezze sistemiche - legate alle politiche cinesi, ai “mali oscuri” mai guariti della finanza americana (dove si risente sinistramente parlare di crisi immobiliare) e alla montagna del debito pubblico europeo - sono ancora molto temibili.

 

Quindi, mentre i macroeconomisti scrutano i vari quadranti della ricchezza (e della povertà) globale, con lo stesso smarrimento con cui Galileo scrutava il firmamento col suo ne-brevettato cannocchiale, i microeconomisti non possono che dedicarsi alla cura delle piccole variabili locali: la lotta all’evasione fiscale, la riduzione del debito, l’ottimizzazione del welfare, i palliativi contro la disoccupazione da “social dumping”.

 

Meglio che niente, ma, come dire: piccolo cabotaggio. Nell’era della globalizzazione, la scienza economica è diventata un leviatano troppo grande e autoreferenziale per risultare gestibile da chicchessia.



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