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FINANZA/ 2. Sapete chi sono gli speculatori che mettono in crisi l’Europa?

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L’antefatto è ormai noto: dopo la crisi mondiale del 2007-2008, anche i governi europei hanno seguito l’esempio degli Stati Uniti e sono intervenuti - chi più, chi meno - nel sostenere le proprie economie nazionali con iniezioni di spesa pubblica, così da fermare quella che molti hanno chiamato Grande Recessione. Queste espansioni fiscali sono state finanziate naturalmente con emissione di nuovo debito, ovvero con la vendita di altri Titoli di Stato, e ciò ha portato inevitabilmente a un incremento del deficit pubblico e dello stock di debito complessivo ben oltre i parametri di Maastricht.

 

A peggiorare la situazione, nel corso dei primi mesi dell’anno si è scoperto che alcuni Paesi dell’area euro sono stati poco disciplinati nella stesura dei conti da presentare periodicamente alla Commissione Europea: la Grecia, infatti, con il nuovo governo, si è vista “costretta” a svelare numeri ben diversi da quelli precedentemente comunicati al mercato. Numeri fra l’altro molto al di fuori dai limiti imposti dal Patto di Crescita e Stabilità. E da lì è iniziata la crisi che ha coinvolto in maniera inizialmente generalizzata i Titoli di Stato dei Paesi periferici dell’area euro, inclusi quelli emessi dal nostro Paese.

 

Tecnicamente, la crisi si è manifestata come una serie di veloci vendite da parte degli investitori proprio di quei Titoli di Stato non ritenuti più affidabili, a causa di quel “deficit informativo” scoperto nel primo trimestre dell’anno. Se prima, infatti, il rischio percepito dagli investitori era piuttosto basso - il presupposto per questo giudizio era infatti la convinzione che i conti fossero in ordine e comunque sotto controllo - ora, per compensarli e attirare quindi nuovi fondi a sostegno delle finanze pubbliche, sono necessari tassi d’interesse ben più elevati.

 

E da qui ne consegue il cosiddetto differenziale d’interesse che discrimina il rischio (e quindi il rendimento che è possibile ottenere) tra Titoli di Stato: quelli più sicuri avranno ovviamente un rendimento più basso rispetto a quelli meno sicuri. Concretamente, il peso sul bilancio annuale degli interessi sarà più basso per la Germania rispetto alla Grecia.

 

La crisi del debito sovrano ha avuto un impatto immediato sugli investimenti di moltissimi risparmiatori: infatti, la maggior parte dei fondi pensione europei sono strutturati in modo tale da mantenere cospicui investimenti in Titoli di Stato dell’area euro, secondo un’ottica di diversificazione che tende a spalmare l’investimento su più emittenti (un po’ di Titoli di Stato tedeschi, un altro po’ d’italiani, e così via), prediligendo comunque quelli che pagano cedole più ricche. E che inevitabilmente, come nel caso della Grecia, sono quelli più rischiosi.

 

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COMMENTI
02/08/2010 - finanza 2sapete chi sono gli speculatori che metto (d'amico michele)

sono perfettamente d'accordo per questo bellissimo articolo, spiegato molto bene. Da anni vado ripetendo questi concetti, che se tu vuoi fare il salto più lungo della gamba, indebitandoti perennemente poi alla fine i nodi vengono sempre al pettine. Non si può andare in pensione a 52 anni ed essere premiati solo se si va al lavoro come in Grecia. Poi alla fine diventi preda di quelli che ti dovranno finanziare, mettendo in pericolo l'intero sistema. Questo vale per tutti i paesi che agiscono in questo modo. Naturalmente tutti quelli che si sono macchiati di reati finanziari vanno accompagnati nelle patrie galere,anche se tutto ciò non avviene in Italia.