BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

DIBATTITO/ Le due verità “nascoste” dal referendum sull’acqua

Una manifestazione a sostegno del referendum sull'acqua (Foto Ansa)Una manifestazione a sostegno del referendum sull'acqua (Foto Ansa)

Ancora un problema di responsabilità. Ciò che però preoccupa è che il pregiudizio nei confronti dell’iniziativa privata non fa i conti con le difficoltà economiche e finanziarie degli enti locali, proprietari della maggior parte delle attuali utilities operanti nel settore idrico. I vincoli finanziari posti loro rischiano di essere un collo di bottiglia per i necessari investimenti nel settore.

 

D’altra parte il privato, potenzialmente in grado di sostenere queste spese, è frenato da aspetti contingenti di organizzazione del settore (ad esempio l’instabilità del quadro legislativo: infatti chi corre il rischio di investire così tanto, nel dubbio che una prossima riforma cambi improvvisamente le regole del gioco?).

 

Inoltre si dimentica che i più recenti studi internazionali di confronto tra aziende pubbliche, private e miste sull’efficienza dei costi e sulla qualità del servizio ha mostrato che non c’è alcuna formula ideale. Ci sono best practices nel pubblico, anche in Italia, e ci sono esempi virtuosi di società private. Senza che il diritto all’acqua sia messo a rischio. Anzi. La soluzione, perciò, non è problema di pubblico vs. privato.

 

Ciò che fa la differenza, piuttosto, è la concezione che guida chi gestisce queste utilities. Una ricerca della Fondazione per la Sussidiarietà di prossima pubblicazione richiama, a questo proposito, due spunti.

 

La responsabilità diffusa di cui si è parlato nella gestione del servizio idrico richiede un approccio “sussidiario”: chiunque gestisca il servizio ha bisogno della collaborazione degli altri attori (pubblici, privati, non profit; istituzionali o associativi) che, a vario titolo, possono contribuire allo sviluppo sostenibile delle infrastrutture: disponibilità di risorse monetarie, conoscenze tecniche, rappresentanza dei bisogni e delle istanze degli utenti.

 

Allo stesso tempo, occorre recuperare la dimensione “pubblica” del servizio, intesa come destinazione alla collettività, per promuoverne il suo sviluppo sociale ed economico. In quante aziende di pubblica utilità questa consapevolezza è diffusa tra i manager così come tra chi opera a contatto con le reti? In quante aziende viene valorizzata e promossa nella formazione del personale?