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FINANZA/ Da Spagna e Irlanda i nuovi dati che mettono in crisi l’Europa

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Ma anche i profitti di EFG Eurobank piangono con un bel -65% a 30,7 milioni di euro, mentre il net income di Alpha vedrà un segno meno pari al 74% a quota 33,3 milioni di euro. Pireus, addirittura, conoscerà una perdita di 17,6 milioni, comparata a un profitto di 77 milioni dello scorso anno. E questo, come ricordavamo lunedì scorso, a fronte di richieste di prestiti record alla Bce nel mese di giugno.

 

Per Alexander Kyrtsis, analista alla UBS AG di Londra, «la dipendenza delle banche dalla Bce e il deterioramento della qualità degli assets invocano la strada maestra delle fusioni e delle iniezioni di capitale. Questo servirà a creare istituzioni finanziarie più grandi e con bilanci più robusti: queste entità di fatto avranno maggiore facilità nell’ingresso ai mercati del capitale, creando sinergie e potranno competere nell’Europa centrale e del Sud». I prestiti non performing sono saliti all’8,2% del totale in Grecia nel primo trimestre di quest’anno, contro il 7,7% della fine dello scorso anno, stando a calcoli di Hsbc Holddings Plc.

 

Non è un caso che Tania Gold, analista di UniCredit a Londra, ha sbattuto nella lista “sell” le quattro principali banche greche proprio a causa delle pressioni sul margine di interesse netto, le crescenti perdite sui prestiti e l’outflow di depositi sul mercato interno. «Prevediamo - scrive la Gold - che il costo di rischio per ognuna di queste banche continuerà a salire e che l’economia greca resterà sotto pressione», dato testimoniato dalla contrazione del Pil nel secondo trimestre. Tra il 26 e il 31 agosto Piraeus, National Bank, Eurobank e Alpha renderanno note le figure e le cifre effettive per il secondo trimestre: occhio alla danza macabra dei cds greci, già in orbita.

 

Il problema, come sapete, è che se la pur piccola Grecia fallisce insieme alle sue banche, la mazzata ricadrà sulle banche tedesche e francesi pesantemente esposte nella penisola ellenica: allora sì che saranno guai.

 

È per questo che Parigi, Berlino, Bruxelles e Bce hanno deciso di tramutare l’Irlanda nella vittima sacrificale della crisi globale, salvando gli istituti tedeschi e francesi che non hanno esposizione presso la “tigre celtica” e, contemporaneamente, godendosi il piatto freddo della vendetta per il “no” al Trattato di Lisbona. Come spiegare, infatti, l’assurdità - anzi, l’insulto - del fatto che per prendere a prestito denaro, Dublino deve pagare un tasso del 5,48%, che diventa quasi 8% in termini reali una volta calcolato all’interno il dato deflattivo e la Grecia, invece, se la cava pagando il 5% sul mercato e un tasso ancora più basso quando batte cassa al Fondo Monetario Internazionale?

 

Di più, al netto di tutto questo l’Irlanda ha anche la spesa accessoria, come membro Ue, di dover sovvenzionare la Grecia attraverso il piano di salvataggio Ue-Fmi. Non a caso, quindi, si fanno scorpacciate di cds e, zitti zitti, i tedeschi stanno studiando una scappatoia legislativa alla legge che vieta i salvataggi bancari, visto che le Landesbank stanno andando letteralmente a picco. Il piano sarebbe basato sullo scorporo degli assets bancari al fine di porre sotto tutela, in una logica da bad bank, senza iniettare denaro pubblico per salvare le banche regionali definite “strategiche” e quindi meritevoli di una deroga alla legislazione vigente sui bail-out.

 

Non solo i Pigs o Club Med che dir si voglia stanno affrontando l’acuirsi della crisi, anche la Germania dall’export record e della crescita al 2,2% che ha visto i genialoni di Bruxelles e Francoforte rivedere la stima di crescita dell’eurozona di un punto percentuale, quando questa crescita di fatto non c’è. C’è l’inflazione, in compenso, nonostante si continui a evocare il fantasma della deflazione: a Milano i prezzi hanno visto un aumento del 3% e una politica di tassi a zero come quella che la Bce ha sposato e continua ad attuare potrebbe portare una vera fiammata in autunno e inverno, con l’aggravio delle spese per il riscaldamento e quelle di derivazione agflattiva sui beni alimentari legati alla crisi del grano russa.

 

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COMMENTI
29/08/2010 - ma la gente comune continu a fare le stesse cose (maura del torrione)

Caro Bottarelli sono tornata da poco dal mare, dove ho visto i ristoranti pieni e pieni erano pure gli hotels. Si è vero sicuramente c'è stato un calo di presenze rispetto ad un paio di anni fà ma si tratta di percentuali irrisorie, basse. La crisi l'ha sentita sulla propria pelle solo chi ha perso il lavoro, gli altri, continuano a vivere nello stesso identico modo. Non gli importa un fico secco della crisi, anzi, per quelli più ricchi è quasi una manna, perchè approfittano, come nel caso dell'edilizia , di prezzi stracciati. Non c'è niente da fare siamo un popolo di menefreghisti.