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FINANZA/ Da Spagna e Irlanda i nuovi dati che mettono in crisi l’Europa

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La seconda, brutta euronotizia arriva come anticipato dall’Irlanda, con S&P che ha operato un downgrade del rating di Dublino per l’eccessiva spesa nel salvataggio delle proprie banche. Lo spread tra bonds decennali di Dublino e bund resta a 327 punti base, mentre il cds sul debito sovrano a 5 anni, come già ricordato, è salito a 322,6, un bel +3,96% sulla giornata. Il Titanic comincia a inclinarsi sempre di più, ma a Parigi e Berlino va benissimo così, l’importante è salvare la disfunzionale Grecia e le sue banche così ricche di euro nobili in assets, l’Irlanda vada pure alla malora.

 

Per una volta, guarda caso, nessuno - Dublino a parte - ha attaccato il tempismo sospetto e la cattiva analisi di Standard&Poor’s. Anzi. In compenso, proprio ieri, l’Irlanda ha collocato 600 milioni di euro di bond di debito sovrano, 200 milioni di titoli a 6 mesi con un rendimento del 2% e richieste per 4,1 volte maggiori all’offerta e 400 milioni di titoli di Stato a 8 mesi collocati con un rendimento del 2,248% e una domanda che eccedeva di dieci volte l’offerta: con rendimenti così, seppur in flessione rispetto le due aste precedenti, c’è poco da stupirsi. Stessa musica per i 9,5 miliardi di Bot italiani a 6 mesi e ai 4 miliardi di Ctz no-coupon biennali emessi ieri dal Tesoro e polverizzati: per i Ctz, con un rendimento dell’1,721%, la richiesta eccedeva i 6 miliardi e 300 milioni, mentre per i Bot, con rendimento 0,958%, le offerte ricevute erano pari a 14,892 miliardi di euro.

 

Insomma, i mercati hanno appetito di obbligazioni sovrane. E questo, spesso, non è un buon segnale. Soprattutto se letto attraverso la lente d’ingrandimento di un report commissionato da Morgan Stanley al suo analista Arnault Mares e non pubblicato, secondo cui «i governi in Europa e altrove potrebbero usare metodi creativi per imporre perdite ai loro creditori al fine di evitare un diretto default sul debito sovrano. L’insolvenza cessa quindi di essere una mera possibilità e diviene plausibile. La crisi, infatti, non è limitata alla zona periferica dell’Europa, è una crisi globale ed è ben lontana dell’essere terminata. Noi ragioniamo su una prospettiva di alto livello riguardo i balance sheets dei governi e concludiamo che i detentori di debito devono prepararsi ad entrare in un era di “oppressione finanziaria”».

 

Per Mares, «l’oppressione finanziaria da parte di paesi come la Grecia potrebbe concretizzarsi in vari modi, come ripagare il debito con moneta svalutata, tassazione oppure incentivi regolatori per le istituzioni affinché comprino debito governativo a prezzi fuori mercato. L’oppressione finanziaria ha già preso forma in passato come alternative al default per paesi che erano generalmente considerati con record di debito sovrano immacolato».

 

Un esempio lampante è quello che include l’amministrazione del presidente Usa Franklin D. Roosevelt e la sua scelta di revocare le clausole auree nei contratti sui bonds nel 1934 e la decisione del ministro delle Finanze britannico, Hugh Dalton, che tra il 1946 e il 1947 emise debito perpetuo al tasso di rendimento artificialmente basso del 2,5%. Per Mares, quindi, «preso atto di questo background, sembra pericolosamente ottimistico aspettarsi che i detentori di debito sovrano possa essere continuamente e pienamente protetti dal condividere la perdita di ricchezza e reddito che ha colpito altri gruppi. Il default sovrano diretto in molte economie avanzate rimane uno sviluppo altamente improbabile, dal nostro punto di vista. Ma gli attuali rendimenti e i tassi di break-even inflazionistici offrono ben poca protezione contro la credibile minaccia di oppressione finanziaria, in qualsiasi forma questa possa palesarmi». La vendetta del Leviatano contro il mercato potrebbe essere alle porte. Dio ce ne scampi.

 

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COMMENTI
29/08/2010 - ma la gente comune continu a fare le stesse cose (maura del torrione)

Caro Bottarelli sono tornata da poco dal mare, dove ho visto i ristoranti pieni e pieni erano pure gli hotels. Si è vero sicuramente c'è stato un calo di presenze rispetto ad un paio di anni fà ma si tratta di percentuali irrisorie, basse. La crisi l'ha sentita sulla propria pelle solo chi ha perso il lavoro, gli altri, continuano a vivere nello stesso identico modo. Non gli importa un fico secco della crisi, anzi, per quelli più ricchi è quasi una manna, perchè approfittano, come nel caso dell'edilizia , di prezzi stracciati. Non c'è niente da fare siamo un popolo di menefreghisti.