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REAZIONE/ Bertone: mandiamo in Serbia politici e sindacati e teniamoci la Fiat di Marchionne

Dal palco del Meeting di Rimini, dice UGO BERTONE, Sergio Marchionne ha risposto a molte domande. Ma il paese è pronto ad accogliere veramente la sua sfida?

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Forse ha ragione La Repubblica che ha avvertito, ancor prima che l’ad di Fiat salisse sul palco di Rimini, che “la luna di miele tra Marchionne e il Paese è già finita”. Cosa che al manager, consapevole che la vita di un’azienda, come un matrimonio, si consolida nella fatica quotidiana e non nei fiori d’arancio, probabilmente non dispiace: la simpatia radical chic può tornare utile a Luca di Montezemolo, con cui non corre buon sangue, ma non a lui che deve vedersela con i mercati e, perciò, badare al sodo. Da quel punto di vista il numero uno del Lingotto esce dal Meeting dopo aver centrato più di un obiettivo. E aver risposto ad alcune domande. Non a tutte, però.

 

Vediamo, in sintesi, il complesso discorso del manager. Per proseguire nella metafora del matrimonio, potremmo dire che Marchionne ha sottolineato come il budget familiare, così come è oggi, non va assolutamente bene. La Fiat Auto, che tra meno di un mese sarà separata dalle altre attività, perde solo in Italia. Non è ammissibile, insomma, che a tener in piedi la baracca sia la fatica degli operai brasiliani o polacchi, che non sono meno figli Fiat degli altri, ai tempi della globalizzazione.

 

Eppure, ha aggiunto, “la Fiat riceve elogi e complimenti in tutte le parti del mondo, salvo che in Italia: non ci aspettiamo fanfare, ma neppure fischi”. Il menage, insomma, non va affatto bene: episodi come quelli di Melfi non sono neanche ipotizzabili a Detroit o a Belo Horizonte, piuttosto che a Tichy. Ciononostante, alcune decisioni della Fiat, quella che a Torino per tanti anni è stata definita la “mamma”, sono più dettate dal cuore che dal business: non c’è logica razionale dietro la scelta di spostare la Panda dallo stabilimento polacco di Tichy a Pomigliano.

 

La realtà è che l’Italia è un Paese conservatore, dove i figli invecchiano in casa senza aver voglia di cambiare. Ma cambiare si deve. Non siamo più negli anni Sessanta, quando aveva senso la rigida contrapposizione tra capitale e operai. “Se non lasciamo alle spalle i vecchi schemi - ammonisce - non ci sarà spazio per vedere i nuovi orizzonti. C’è bisogno di uno sforzo collettivo, un patto sociale per condividere impegni, sacrifici e consentire al Paese di andare avanti. Un’occasione per costruire il Paese che lasceremo alle nuove generazioni”.

 

È questo il senso di Fabbrica Italia, l’investimento da venti miliardi che la Fiat promette per le fabbriche italiane a partire da Pomigliano, purché ci sia la garanzia del rispetto degli accordi da parte sindacale. Da questo punto di vista, dopo i doverosi omaggi a Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti per aver sostenuto il progetto, la novità della giornata è l’invito a Guglielmo Epifani “intellettualmente onesto”, perché salga “sul treno dell’accordo prima della partenza”.

 

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COMMENTI
28/08/2010 - e non dimentichiamoci (andrea masini)

e non dimentichiamoci del fatto che per colpa di tre pseudo operai rischiano migliaia di familie... bell'articolo complimenti vi leggo sempre con interesse

 
27/08/2010 - Alcune considerazioni aggiuntive (PAOLA CORRADI)

Non ho nulla da obiettare su quello che dice Bertone, tuttavia in Brasile il costo della vita non è confrontabile con quello Italiano, e forse anche in Polonia, dunque il ragionamento sulla risposta dei lavoratori Italiani, va fatto anche prendendo in considerazione il costo della vita in Italia e le tasse che si pagano sugli stipendi. Quindi il patto va fatto a 3, Fiat, lavoratori e governo. La politica entra in ogni aspetto, ed è tempo che qualcuno si metta a fare i conti seriamente. Se ci fosse un vero federalismo ogni Regione italiana potrebbe stabilire le tasse in base al costo della vita e dei servizi resi.