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REAZIONE/ Bertone: mandiamo in Serbia politici e sindacati e teniamoci la Fiat di Marchionne

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Forse ha ragione La Repubblica che ha avvertito, ancor prima che l’ad di Fiat salisse sul palco di Rimini, che “la luna di miele tra Marchionne e il Paese è già finita”. Cosa che al manager, consapevole che la vita di un’azienda, come un matrimonio, si consolida nella fatica quotidiana e non nei fiori d’arancio, probabilmente non dispiace: la simpatia radical chic può tornare utile a Luca di Montezemolo, con cui non corre buon sangue, ma non a lui che deve vedersela con i mercati e, perciò, badare al sodo. Da quel punto di vista il numero uno del Lingotto esce dal Meeting dopo aver centrato più di un obiettivo. E aver risposto ad alcune domande. Non a tutte, però.

 

Vediamo, in sintesi, il complesso discorso del manager. Per proseguire nella metafora del matrimonio, potremmo dire che Marchionne ha sottolineato come il budget familiare, così come è oggi, non va assolutamente bene. La Fiat Auto, che tra meno di un mese sarà separata dalle altre attività, perde solo in Italia. Non è ammissibile, insomma, che a tener in piedi la baracca sia la fatica degli operai brasiliani o polacchi, che non sono meno figli Fiat degli altri, ai tempi della globalizzazione.

 

Eppure, ha aggiunto, “la Fiat riceve elogi e complimenti in tutte le parti del mondo, salvo che in Italia: non ci aspettiamo fanfare, ma neppure fischi”. Il menage, insomma, non va affatto bene: episodi come quelli di Melfi non sono neanche ipotizzabili a Detroit o a Belo Horizonte, piuttosto che a Tichy. Ciononostante, alcune decisioni della Fiat, quella che a Torino per tanti anni è stata definita la “mamma”, sono più dettate dal cuore che dal business: non c’è logica razionale dietro la scelta di spostare la Panda dallo stabilimento polacco di Tichy a Pomigliano.

 

La realtà è che l’Italia è un Paese conservatore, dove i figli invecchiano in casa senza aver voglia di cambiare. Ma cambiare si deve. Non siamo più negli anni Sessanta, quando aveva senso la rigida contrapposizione tra capitale e operai. “Se non lasciamo alle spalle i vecchi schemi - ammonisce - non ci sarà spazio per vedere i nuovi orizzonti. C’è bisogno di uno sforzo collettivo, un patto sociale per condividere impegni, sacrifici e consentire al Paese di andare avanti. Un’occasione per costruire il Paese che lasceremo alle nuove generazioni”.

 

È questo il senso di Fabbrica Italia, l’investimento da venti miliardi che la Fiat promette per le fabbriche italiane a partire da Pomigliano, purché ci sia la garanzia del rispetto degli accordi da parte sindacale. Da questo punto di vista, dopo i doverosi omaggi a Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti per aver sostenuto il progetto, la novità della giornata è l’invito a Guglielmo Epifani “intellettualmente onesto”, perché salga “sul treno dell’accordo prima della partenza”.

 

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COMMENTI
28/08/2010 - e non dimentichiamoci (andrea masini)

e non dimentichiamoci del fatto che per colpa di tre pseudo operai rischiano migliaia di familie... bell'articolo complimenti vi leggo sempre con interesse

 
27/08/2010 - Alcune considerazioni aggiuntive (PAOLA CORRADI)

Non ho nulla da obiettare su quello che dice Bertone, tuttavia in Brasile il costo della vita non è confrontabile con quello Italiano, e forse anche in Polonia, dunque il ragionamento sulla risposta dei lavoratori Italiani, va fatto anche prendendo in considerazione il costo della vita in Italia e le tasse che si pagano sugli stipendi. Quindi il patto va fatto a 3, Fiat, lavoratori e governo. La politica entra in ogni aspetto, ed è tempo che qualcuno si metta a fare i conti seriamente. Se ci fosse un vero federalismo ogni Regione italiana potrebbe stabilire le tasse in base al costo della vita e dei servizi resi.