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Lavoro

SCENARIO/ 1. Pelanda: è colpa della Cina se Usa ed Europa sono più povere?

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Il fenomeno è attutito dalla domanda cinese di grandi sistemi prodotti in Occidente, ma c’è. Complicato da una svalutazione competitiva dello yuan che aumenta in modo sleale la concorrenzialità delle merci esportate dalla Cina e il loro impatto. Sul lato dei Paesi ricchi si osserva un’insufficiente velocità nel sostituire le produzioni non più competitive con altre. In Europa, meno in America, per difetti di mobilità dei lavoratori combinati con pochi investimenti per nuove iniziative a causa della tassazione disincentivante e gli alti costi e vincoli di sistema.

 

Inoltre l’Occidente non riesce ad avere forza geopolitica sufficiente per imporre ai Paesi emergenti più equilibrio nelle relazioni commerciali e valutarie globali. Per questi difetti le economie mature sono penalizzate: il capitale che esce dai Paesi ricchi verso gli emergenti non ritorna ai ricchi stessi in tempi e quantità utili per mantenerne la ricchezza.

 

Governi e sindacati occidentali stanno, con disperazione, tentando di attutire l’impatto impoverente di una globalizzazione squilibrata, ma più adattandosi all’impotenza che cercando di risolvere il problema. La soluzione sta nel riequilibrio del mercato globale perseguendo le condizioni dette sopra.

 

Se vogliamo mantenere la nostra ricchezza l’Occidente deve riorganizzarsi internamente, unirsi e darsi la forza geopolitica per governare il globo. In tanti lo diciamo da almeno 15 anni, ma la “grande politica” che dovrebbe farlo ancora non si vede. Qui, cari lettori in ansia e amici sindacalisti e politici in affanno, il vero problema.

 

www.carlopelanda.com

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COMMENTI
05/08/2010 - come risalire la china? (Paolo Tirabassi)

Non si può che essere d'accordo sulla diagnosi di un deficit di politica, a livello nazionale ed internazionale. A livello internazionale la "ricchezza senza nazione" scorrazza indisturbata (salvo inciampare a volte nella sua stessa ingordigia). A livello nazionale non c'è la capacità o la forza di prendere decisioni serie e consistenti circa l'allocazione - ed anche la dolorosa ma necessaria riallocazione - del capitale umano e finanziario. Il lettore Giorgio Cordiero pone giustamente l'attenzione sul problema della cultura finanziaria. Che non è cultura della speculazione finanziaria ma del migliore uso della ricchezza reale per le persone reali. Che è cultura dell'osservare, del progettare, dell'investire e del ripartire i frutti. A questa, almeno in occidente, si affianca una questione di cultura politica. E' nell'assenza di cultura politica e di partecipazione che l'attuale classe politica - politicamente ectoplasmatica, arraffona e demagoga - può accreditarsi e fingere di governare. Nei paesi emergenti invece c'è un problema di democrazia. Se non si affrontano questi problemi ci si illude, credo.

 
03/08/2010 - Questione tecnica o culturale? (Francesco Giuseppe Pianori)

La soluzione al problema reale introdotto è solo tecnica? Già il poeta Eliot metteva in guardia la nostra società dal cercare sistemi talmente perfetti da non aver più bisogno di essere buoni. Se solo si tenesse in conto un po' anche l'Enciclica "Caritas in veritate" apparirebbe chiaro dove sta il problema. Globalizzazione e tecniche regolatrici senza l'uomo sono pressoché inutili, come tutti i sistemi economici, di mercato o a controllo politico. L'esempio di una famiglia è chiarissimo: se i suoi membri confliggono e combattono gli uni contro gli altri, la famiglia si sfascia. In una famiglia sana la prima caratteristica è la gratuità e la solidarietà. Chi ha più potere in essa sono proprio le persone che sostengono il bene degli altri a costo di "rimetterci" del proprio (i coniugi). L'economia più saggia e costruttiva è proprio quella "famigliare". Isn't it?

 
03/08/2010 - Non vi é soluzione a meno che ... (Paolo Alberto Veronesi)

Giuste tutte le considerazioni dell'autore, ma dove é ubicato chi decide di delocalizzare la produzione da un paese ad elevato costo sociale (tasse ragionevolmente alte e quindi attenzione alla persona, che si prende cura del lavoratore anche in fase di diminuita produttività) all'altro a nullo costo sociale (detassazione ma attenzione nulla alla persona usata come automa a fere muovere la macchina, che quando si rompe si getta e ce ne é altra dietro da sostituire). Nei paradisi fiscali.... ovviamente per cui del diminuito costo non ne beneficia il paese ricco che causa la recessione alla lunga non potrà più comprare neppure ciò che costa la metà, né il paese povero che produce perchè il reddito della minore produzione non resta nel paese macchina, ma resta nella rete di matrioske che hanno sede nei paesi a fiscalità "zero"dove l'unico costo é quello delle fiduciarie e delle banche (sempre le stesse che vanno dietro al denaro). Da qui da 20 anni a questa parte l'immensa quantità di denaro senza frontiera che si sposta in poche ore da un poaese all'altro, da una regione all'altra creando panico finanziario. Alla lunga é un inganno economico in quanto il paese ricco diventerà sempre più povero (ad eccezione dei manovratori della delocalizzazione che non vanno a vivere in China, ma se ne stanno a Roma, New York, Parigi, dove con denaro uno se la passa bene) mentre in quelli emergenti la popolazione mancia qualche grano di riso in più al giorno, ma arricchisce il sovrano locale.

 
03/08/2010 - e ancora (giorgio cordiero)

Quello che in realtà manca è un controllo sulle regole del mercato. In un mercato globalizzato occorrono regole comuni ed organismi che siano messi in grado di poter operare in modo sovranazionale. Il vuoto legislativo è difficilmente colmabile in un mondo che di globale presenta solo l'aspetto economico/finanziario, ma che politicamente è diviso. In tutto questo bailame i poteri forti si alleano in modo più o meno tacito e/o organizzato. "Dividi et impera" : mai come in questo periodo questo motto assume un significato reale. La difficoltà persisterà fino a quando gli stessi poteri forti non avranno preso coscienza che, continuando così, diverranno presto autolesionisti. Le regole comuni dovranno però interagire con i principi di concorrenza e di libertà altrimenti correranno il rischio di assumere valori totalitaristi: mondo globale...governo globale. Per ora è fantapolitica, ma occorre essere vigili. Ognuno di noi ha il dovere di informare e di informarsi, di proporre e di discutere, di impegnarsi nel sociale e di seguire i propri "talenti". Cavalcare i carri dei vincitori serve solo ad alimentare questa spirale perversa. "Voce di uno che grida nel deserto". Ma senza questa voce il mondo diventa deserto.

 
03/08/2010 - continua (giorgio cordiero)

...strumenti che alla fine rendono solo a chi li propone, ciò si riperquote ulteriormente sul fenomeno ben descritto dall'articolista. La classe media scompare. Conosco persone che negli ultimi anni hanno visto dimezzare il valore teorico del loro investimento e che, a causa del panico dovuto a scarsa cultura finanziaria, hanno venduto, realizzando una perdita reale. La politica, la finanza e l'economia devono trovare un equilibrio. Questa è l'unica speranza afficnhè il così detto libero mercato possa sopravvivere, altrimenti assume un carattere meramente ideologico e si traduce in un impoverimento delle masse. Il capitalismo ,per esistere, ha bisogno che la ricchezza reale di un paese si basi su due pilastri: A)la produzione B)il rsparmio (investimento) Il principio di sussidiarietà si può compiere solo se la base (le famiglie) viene messa in condizione di poter risparmiare ed investire, oltre che di consumare. Il consumo serve alla produzione, ma il risparmio serve anche ad affrontare le crisi. In questo modo gli stati sovrani saranno facilitati e potranno ridurre la pressione fiscale. I poteri forti devono fare i conti con la loro stessa avidità. Senza gente ceh possa spendere e comperare il denaro può non valere più nulla. Sono tuttavia certo che anche la Cina che non è ancora uno stato libero, prenderà coscienza di ciò. La domanda interna cinese è in continuo aumento e ciò mi conforta.

 
03/08/2010 - war of worlds (la guerra dei mondi) (giorgio cordiero)

Meglio sarebbe dire la guerra tra poteri forti mascherata da bagarre tra finti nazionalismi. Pelanda esprime in modo semplice e chiaro ciò che vado affermando da tempo, almeno da dieci anni. Condivido tutto, ma mi permetto di integrare. Il discorso macroeconomico va implementato ed integrato con quello, più "popolare" della cultura finanziaria che riguarda ognuno di noi, sia operatori del settore, come il sottoscritto, sia persone comuni. Il denaro è e rimane una convenzione: oggi una moneta può valere molto e domani, causa attacchi speculativi, o debolezze strutturali geo politiche, può non valere più nulla. La diversificazione degli investimenti per aree geografiche perde sempre più senso a causa della globalizzazione, ma questa non ha ridotto le speculazioni (ne è un esempio recente l'attacco all'euro, o la svalutazione dello yuan). In passato ne sono stati esempi tragici episodi come la svalutazione del marco nella Repubblica di Weimer. Il popolo italiano ha ancora denaro (risparmiato), ma ciò che manca è la cultura finanziaria. Il risparmiatore deve trasformarsi in investitore, deve aumentare la sua competenza e cominciare ad accettare il discorso del rischio finanziario. La ricchezza prodotta dalle famiglie è un sostegno reale all'economia di una nazione, ma occorre evitare la speculazione. Le banche (uno dei poteri forti) giocano un ruolo importante, ma se irretiscono i clienti, siano essi risparmiatori, o investitori, con strumenti finanziari a senso unico...